Lombardi Satriani, una vita a demolire gli stereotipi sul Sud

Ci sono persone che guardando alle cose riescono a vedere prima degli altri, sono i Maestri, quelli grandi, quelli capaci di segnarti per la vita arricchendola, quelli del contrappunto che danno senso a partiture altrimenti banali, quelli come l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani, “Barone Rosso” per via delle sue salde posizioni progressiste, che qualche giorno fa ha preso congedo da una vita vissuta con passione anticonformistica e spesa interamente a ridare voce a chi storicamente ne è stato espropriato”. Ai “muti della storia” che per lui erano le classi subalterne, e più ancora, le tarantolate pugliesi, le veggenti calabresi, i fujénti di Sant’Anastasia, insomma quella cultura popolare, quel folklore del Sud dell’Italia, e dei Sud del mondo in genere, che Lombardi Satriani, profondamente frequentandoli, non considerava affatto un residuo arcaico d’intralcio allo sviluppo della “coscienza di classe”, quanto piuttosto la “forma” adottata dalle masse “per irrompere nella storia”, armi di una contestazione rivoluzionaria alla cultura dominante che, non importa se conservatrice o progressista, andava consegnandosi, mani e piedi, alle catene del consumismo.

È la smentita dello stereotipo di un Sud immobile e indolente a cui dà corpo nel suo Il folklore come cultura di contestazione” del 1966; è il lato oscuro del miracolo economico che in “Folklore e profitto” del 1973 lo porta ad analizzare antropologicamente gli spot della televisione di allora e “l’etnocidio” che derivava dalla commercializzazione delle culture locali; è il Premio Viareggio del 1982 con “Il ponte di San Giacomo”, scritto a quattro mani con l’amico Mariano Meligrana, a metterci in guardia da una società prigioniera del presente.

Ragione e rivoluzione di un gigante dalla parte degli ultimi, dell’Altro, che ha disvelato l’immenso deposito culturale di storie, di valori, tradizioni e potenzialità sedimentatesi in quel Sud che una certa idea di modernità desiderava mettere ai margini della storia, fino a cancellarne (troppo frettolosamente) l’essenza.