Ok. Allora parliamo di famiglia

… e poi, dopo le ferite cagionate dagli opposti estremismi in occasione del Congresso mondiale delle famiglie di Verona, arriva da facebook, come balsamo, questo pezzo di Marianna Aprile.

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Ok. Allora parliamo di famiglia.

Vivo tra due città, mettendocene in mezzo decine di altre ogni anno, per lavoro o per passione. In ciascuna delle due città, e in alcune delle altre, vivono persone che hanno in mano un pezzo del mio cuore.
I miei genitori, mia sorella, quel gran figo di mio nipote, gli amici di sempre, quelli nuovi con cui però ti sei sentita a casa da subito (e hai fatto bene), quelli rimasti in dono da storie finite, quelli che non se ne sono mai andati nonostante le liti, quelli da cui sono riuscita a tornare, quelli che magari non li senti per mesi (e quasi sempre è colpa mia) ma ci sono e ne hai conferma alla prima telefonata.

La mia famiglia d’origine vive a 600 km da me, ma ce n’è un’altra, naturale come l’amore e la cura che la tengono insieme, che è sparpagliata e nulla ha a che vedere con il sangue, i concepimenti, le gestazioni.

Ha a che fare con l’amore, la comprensione (soprattutto dei difetti), i consigli, i rimproveri, il sostegno, i “no”, le reprimende, gli incoraggiamenti, le parole messe al posto giusto anche nei momenti sbagliati, i progetti in comune, specie quelli irrealizzabili.

Non c’è un unico posto che io possa definire “casa” senza fare torto ad altre case che sento mie: quella dei miei, quelle di Alessio, Lavinia, Alessandra.

E mi basta un’occhiata a questo puzzle pazzo di amori e luoghi, che sfugge a qualsiasi definizione, per avere la certezza che chi ha in testa uno schema fisso in cui incarcerare cuori e anime e diritti non può che essere destinato a perdere, anche se vince un’elezione.

Chi pensa di poter insegnare, anzi no, imporre a chiunque altro un solo modo di amare e sentirsi a casa, è votato all’estinzione. Perché la vita, con tutto quello che la rende tale, tende alla complessità, da sempre. E l’unico vero modo per tutelarla è celebrare tutte le forme che riesce a prendere, stupendoci ogni volta e confermandoci che ha sempre molta più fantasia di quanta potrà mai averne ciascuno di noi.

La fantasia, specie quella della vita, con quel suo scartare di lato senza preavviso, può far paura. E io lo capisco che chi ha paura cerchi di difendersi con regole e diktat in cui imbrigliare la propria, di vita, perché non faccia troppe sorprese. Lo capisco e lo rispetto.

Io però paura non ne ho. E non ne hanno le persone della mia famiglia strampalata e sparpagliata, che le sorprese della vita le hanno sempre accolte, talvolta cercate e sempre difese. Amandosi senza chiedere il permesso o chiedersi se fosse giusto. Decidendo di fare un figlio o di non farlo. Di amare una, nessuna o mille persone. Facendo l’amore per amore, per gioia, per non sentirsi sole o perché altri non lo fossero. Battendosi perché la loro libertà fosse accessibile anche ad altri, raccontandogliela, insegnandogliela, mostrando loro quanto vicina possa essere.

Come definizione di famiglia è un po’ lunga, mi rendo conto. Ma, come dicevo, la famiglia non la imbrigli, neanche nelle frasi corte. E soprattutto l’amore non lo imbrogli con regole che servono solo chi ha paura.