Ve c’hanno mai portato …a “quel paese”?

Questa storia può forse cominciare da un lampadario. Da quando cioè, negli anni Quaranta, il podestà di Colobraro in una riunione di amministratori locali nella prefettura di Matera, tentando di convincere i convenuti sulla bontà delle sue argomentazioni, concluse il suo discorso con un profetico “Se non dico la verità, che possa cadere questo lampadario!” Non si sa bene se ci furono vittime ma, fatto sta che il lampadario precipitò per davvero, all’istante!

Presto l’episodio andò a coagulare attorno a sé tutta una serie di elementi preesistenti che inducevano a saldare il paese di Colobraro alla scaramanzia, agli scongiuri magici, alla jettatura e alle pratiche tradizionali della “fascinazione”, benevola o maligna che fosse. Insomma, i racconti si colorirono di tutto quel mondo, a protezione dallo smarrimento umano, indagato e descritto in “Sud e magia” da uno dei più importanti antropologi dell’età contemporanea, Ernesto De Martino.

Ed è così che, forse proprio a protezione dal senso di smarrimento, in tutti i paesi del circondario e poi in tutta la Lucania, presero a non nominarlo più Colobraro. Prudentemente, se per qualche ragione si era obbligati a farne riferimento, si diceva “Chille paìse”, e più in là con diversa inflessione “Cudde puaise”. “Quel paese” era diventato innominabile.

È da dire che anche a De Martino dovettero venire dei dubbi quando, nei primi anni Cinquanta, visitò il paese. Per ammissione dello stesso studioso, una serie di circostanze sfortunate suscitarono una “leggera inquietudine” nell’équipe interdisciplinare che capitanava, giacché l’automobile su cui viaggiavano ebbe problemi sulla salita che conduce al borgo ed il motore subì gravi danni. Perdipiù, giunti in paese per l’appuntamento con uno zampognaro che avrebbe dovuto accompagnarli per una documentazione sui rituali funebri, furono informati che l’uomo, caduto da un autocarro, era deceduto giusto un’ora prima dell’incontro. Il reperto visivo più iconico di quella spedizione è certamente la celebre foto alla “masciara” scattata da Franco Pinna, una foto a cui si è molto ricorso per più di mezzo secolo per illustrare libri e reportage che ha però finito per inchiodare Colobraro alla fama di paese sfortunato.

Grazie però a una geniale intuizione del suo primo cittadino, Andrea Bernardo, a Colobraro hanno voluto ribaltare la prospettiva del loro rapporto con la jella, affermandola creativamente come tratto identitario in continua rielaborazione. Si sono così inventati “Sogno di una Notte a…Quel Paese”, un etno-percorso da intraprendere non prima di essersi muniti d’un “abitino” (qui lo chiamano anche cingjok e consiste in un piccolo sacchetto di stoffa cucito a mano che nasconde oggetti apotropaici a protezione dal male) e che ha il suo culmine in una originale e “interattiva” rappresentazione teatrale itinerante, messa in scena per le vie del paese da una sessantina di attori non professionisti del posto, coordinati dalla direzione artistica di Giuseppe Ranoia che ha sapientemente attinto alla tradizione, alla memoria e alle stesse fonti antropologiche di De Martino.

Un percorso che si conclude con una sagra di piatti tipici ad esaltare, tra frizzuli, raschiatell e “carne a us da fer”, l’anima contadina del paese. E tanto ben congegnato da fare di Colobraro l’attrattore lucano con il maggior numero di visitatori, oltre ventimila prima che il Covid ne contraesse i numeri. Quest’anno l’evento sarà alla sua dodicesima edizione e, quasi a sfidare la sorte, verrà replicato ogni martedì e venerdì del periodo estivo. L’occasione per visitare un gioiellino arrampicato su un’altura che domina la valle del Sinni …e, perché no, per esorcizzare l’attuale incertezza dei tempi.