Le polemiche per “La Sposa” polverizzate dal successo di pubblico

A leggere i clamorosi dati di ascolto (7 milioni di spettatori) della miniserie televisiva “La Sposa”, appena andata in onda in tre puntate su Rai Uno con significativi apprezzamenti anche tra le fasce di età più giovani, sembra che il Paese abbia trovato nel racconto dei suoi pezzi di storia una miniera da esplorare; nell’audacia delle donne rappresentate un esempio da coltivare e nel volto della bravissima, napoletana, Serena Rossi la nuova icona della sua anima più verace. 

Un successo che fa sbiadire le velenose polemiche, travalicate dai social in quella politica attenta ad ogni profittevole speculazione, che per qualche giorno hanno messo all’indice la fiction diretta da Giacomo Campiotti, accusata di avvalorare stereotipi sui veneti e sui calabresi, nonché di costruire un passato falso e indimostrato. 

Un successo che, invece, dovrebbe indurre a tornarci su questa storia poiché, se storici e sociologi hanno indagato in profondità i massicci trasferimenti di lavoratori verso l’estero, e raccontato le migrazioni interne quasi esclusivamente per il flusso principale che smontava dal Mezzogiorno agricolo in direzione dei grandi centri urbani del Settentrione, lo stesso non può dirsi per tante altre forme di emigrazione. Quella femminile, ad esempio, è stata considerata solo come conseguenza di quella degli uomini, ed è stata lasciata ai margini del racconto. 

Mentre è stato convenientemente detto che il periodo del “boom economico”, per via delle nuove possibilità lavorative offerte dalle grandi città del Nord, consentì a molte donne di emanciparsi dall’arcaico sistema sociale del mondo rurale settentrionale che andava così registrando ampi fenomeni di spopolamento e invecchiamento. Ed anche che le prospettive di un “matrimonio perfetto”, da vivere privatamente nei pressi della città con figli e coniuge a paga fissa, rese immediatamente indesiderabili le proposte matrimoniali dei contadini che avrebbero vincolato le donne alla vita di campagna e alle rigide relazioni familiari del patriarcato. Si è spesso preferito sorvolare sull’immediata conseguenza di uno spropositato numero di celibi che metteva in crisi tutto un sistema sociale ed economico. La strategia risolutiva consistette, da parte degli agricoltori e allevatori del Nord, nell’attingere al “serbatoio” di donne del Sud che, per necessità, o nella speranza di migliorare la propria condizione, accettavano di unirsi in quelli che venivano all’epoca registrati come “matrimoni misti”, dove “misti” segnala tutta l’estraneità che la nuova comunità non mancava di dimostrare alle nuove arrivate. Buone per i campi e per far figli, così da assicurare un futuro demografico a quei territori. Ragazze, catapultate in un “nuovo passato”, che videro tradita ogni aspettativa di progresso. 

Credo che il tempo delle polemiche sarebbe meglio impiegato nel rileggere le pagine del romanzo di qualche anno fa “Ti ho visto che ridevi”, scritto come fosse un saggio, da cinque autori (Fabio Cuzzola, Valerio De Nardi, Nicola Fiorita, Maura Ranieri e Monica Sperabene) dell’eroico collettivo di scrittura Lou Palanca” di Catanzaro, per entrare nelle pieghe della dolorosa realtà di quella “emigrazione matrimoniale” degli anni Sessanta interpretata da tante “Calabrotte”,donne del Sud “…oneste, pulite, lavoratrici che hanno trovato una vita e ci si sono arrampicate sopra”. Un’altra vita. L’unica possibile.