Da Caporetto a Emergency, la scuola cambia nome e i leghisti …embè so’ leghisti

A Pallanza, una frazione del comune sparso di Verbania, il collegio docenti della Scuola Media “Luigi Cadorna” ha chiesto di cambiare il nome della scuola e di intitolarla a Gino Strada. La giunta comunale, su proposta dell’assessore all’Istruzione, Riccardo Brezza, si è espressa favorevolmente e in un atto ha dato il via libera per il cambio, così che il nome del Generale al comando dell’esercito durante la Grande Guerra, può essere sostituito con quello, “più in sintonia con i valori che oggi vuole trasmettere la scuola”, del medico fondatore di Emergency scomparso nello scorso agosto.

In consiglio comunale però, dissentendo, il capogruppo della Lega, Michael Immovilli, ha chiesto uno stop al provvedimento poiché ritiene sia “necessario che venga aperta la discussione e che ognuno si prenda di conseguenza la responsabilità politica di una simile scelta”. Sostenuto anche da esponenti del partito della Meloni e da molte Associazioni combattentistiche, il rappresentante leghista è convinto che, il cambio, altro non sia che “un’operazione per cancellare la storia di Cadorna”, e si è detto indignato “perché il vero fine è quello di eliminare a posteriori la storia d’Italia”.

Vabbè che Cadorna proprio lì, in una casa di Pallanza era nato, e si può capire una certa difesa del campanile, ma proprio per amor di verità e per far pace con la storia senza che si ricorra a pregiudizievoli cancellazioni, occorre dire che, mentre la figura di Gino Strada è unanimemente ritenuta un riferimento esemplarmente positivo; per la maggior parte degli studiosi quella di Cadorna non è affatto l’essenza di persona valorosa. Tutt’altro.

“Macellaio d’Italia” è la sintesi feroce che di solito emerge dagli storici più critici che, infatti, attribuiscono al Generale le principali responsabilità della più grave disfatta militare italiana, quella di Caporetto. Una pesante sconfitta militare che fu oggetto d’indagine di una commissione istituita ad hoc nel 1918 dal governo Orlando, dalle cui conclusioni la reputazione di Cadorna ne esce a pezzi. Un arrogante presuntuoso che scaricò sui soldati, “vili che preferirono all’onore e alla morte l’onta della resa”, la responsabilità della capitolazione e che decise di negare l’aiuto ai suoi uomini caduti nelle mani del nemico – unico il nostro tra i Paesi coinvolti nel conflitto – per evitare che chiunque si trovasse al fronte preferisse la prigionia alla guerra.

Di Cadorna, chiuso in un’astratta aristocratica concezione del dovere, sono note le circolari scritte che invitavano i tribunali militari a non “perdere tempo in laboriose interpretazioni di diritto”, e spronavano gli ufficiali a estendere la prassi delle fucilazioni sommarie e delle decimazioni. In una di queste il Generale “ricorda” a tutti i suoi comandanti che “…non vi è altro mezzo idoneo per reprimere reati collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori colpevoli e allorché accertamento identità personale non è possibile, rimane ai comandanti il diritto ed il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte. A codesto dovere nessuno che sia conscio della necessità di una ferrea disciplina si può sottrarre ed io ne faccio obbligo assoluto indeclinabile a tutti i comandanti. Come misura sussidiaria di repressione ordino che quando si verificano reati contro la disciplina, debbono senz’altro essere sospese concessioni licenze invernali a tutti indistintamente i componenti del battaglione o reparto equivalente presso cui avvennero i reati”.

Il disprezzo per la vita dei soldati, la cui assoluta maggioranza era gente del Sud (consigliatissima in proposito è la lettura de “Il sangue dei terroni” di Lorenzo Del Boca), è una delle accuse che più spesso gli sono state rivolte. La disciplina brutale, le punizioni eccessive e l’inadeguatezza della gestione degli uomini spazzarono via un’intera generazione di meridionali, strappati alla loro terra e sacrificati all’altare degli interessi delle élite economiche e politiche settentrionali.

È memoria che non dev’essere cancellata nei libri. Ma certi nomi dalle targhe delle scuole, embè, forse quelli sì.