Gli Scauratielli: le millenarie radici greche nel nostro Natale

Certo, ad essere belli son belli i ricercatissimi dolci che suggerisce la gastrocrazia dei cooking shows televisivi, però, nelle pieghe di ardite preparazioni, il rischio di perdersi qualcosa è alto. È un po’ come per il tema in classe in cui si piega l’opinione al voto del professore; o come quando il musicista esibisce il virtuosismo e trascura l’emozione. Si perde, insomma, un po’ di schiettezza e qualche significato antico che, con la cura della ritualità, della convivialità e della radice, tiene insieme il tutto.

Nelle famiglie campane, particolarmente quelle cilentane, il “tutto” è, ad esempio, rivelato quando vengono preparate quelle delizie che sono gli Scauratielli che, a partire dalla forma in lettere greche, l’Alfa e l’Omega, in cui vengono intrecciati i cordoncini dell’impasto, tradiscono ambizioni trascendenti e origini antichissime da ricercare nella Magna Grecia dei Sibariti che nel VI-VII secolo a.C. vennero a fondare Posidonia, Paestum per i romani, portandosi appresso la tradizione di celebrare, nella notte più lunga dell’anno, quella del solstizio d’inverno, il ritorno alla luce e la riapertura di un nuovo tempo ciclico.

Gli Scauratielli, o zeppolelle di Natale come vengono chiamate nell’Agro caleno, non vengono più offerti alle divinità per ingraziarsene le volontà ma, dopo ben oltre due millenni di profondo radicamento nel nostro territorio, vengono preparati nel periodo natalizio ancora oggi in maniera quasi inalterata con pochi e semplici ingredienti: farina, olio d’oliva, vino, bucce d’arancio mandarino e limone, e per ultimo il miele che li imparenta saldamente a tutti quei dolcetti al miele che, dai Loukoumades greci ai Shebakia marocchini passando per i Sannacchiudere tarantini e i Turdilli calabresi, dai Greci si diffusero in tutto il bacino Mediterraneo cucendone culturalmente le sponde.