Fecero presto solo a mangiarci su

In questo preziosissimo report pubblicato nello scorso numero di The Post Internazionale (TPI), Lara Tomasetta, a 41 anni dal “Terremoto dell’Irpinia” che provocò 2500 morti e 300mila sfollati, racconta la via crucis dei tanti che ancora vivono nei prefabbricati. All’accorato e iconico “Fate Presto” a tutta pagina de “il Mattino” seguirono sperperi e corruzione. E così, sulle ceneri del sisma hanno mangiato un po’ tutti, alimentando una sorta di economia del disastro che ha rimpinguato le casse dei grandi gruppi industriali del Nord per anni. E, con un salto di qualità, ha permesso alla criminalità di diventare imprenditoria.

Buona lettura.

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IL TERREMOTO DELLA VERGOGNA

(di Lara Tomasetta)

Dovevano essere “casette d’emergenza”, costruite per dare riparo a quella consistente fetta di popolazione che aveva perso tutto in quei 90 secondi di scosse, boati e terrore. Dopo 41 anni, quei prefabbricati sono ancora lì, le persone anche. Insieme a loro restano il degrado e tante promesse puntualmente disattese. È l’Avellino del post terremoto, la città dell’incompiuto e del tempo sospeso. Per centinaia di famiglie che non occupano il salotto buono della città, le cose sono rimaste cristallizzate: persone costrette a vivere in abitazioni fatiscenti e decadenti, dimenticate dalle istituzioni. Teste buone solo in odore di campagna elettorale per racimolare qualche voto. Il 23 novembre 1980, però, non lo dimentica nessuno. La terra tremò in Irpinia e Basilicata, il sisma fu uno dei più terribili degli ultimi 50 anni della storia d’Italia. All’epicentro la magnitudo fu di 6,8 gradi della scala Richter, 9-10 gradi sulla scala Mercalli. Il terremoto dell’Aquila nel 2009 si è fermato a 6,3 Richter. Secondo dati contenuti in atti parlamentari, i morti furono 2.570 (309 le vittime dell’Aquila), 8.848 feriti e circa 300 mila senzatetto, distribuiti in 687 comuni.

ECATOMBE E SFOLLATI

Gli sfollati furono accampati al freddo e alla neve dapprima nelle tende e nei vagoni ferroviari. Quindi nelle roulotte, in container, nelle casette prefabbricate. Col tempo arrivarono anche gli sciacalli e i ladri. Decine e decine di inchieste giudiziarie, per colpire coloro che avevano allungato le mani sulle ingentissime risorse stanziate dallo Stato. Come racconta su Lavoro Culturale Giuseppe Forino – geografo alla University of Notthingham – «nel corso degli anni i prefabbricati si sono cristallizzati in maniera definitiva mentre il paesaggio intorno affrontava il passaggio radicale da rurale a peri-urbano. I prefabbricati sono diventati il filo conduttore del paradosso (e dei problemi) delle ricostruzioni post disastro italiane degli ultimi anni: il temporaneo che diventa permanente. La campagna diventava mattone; le carte del Comune progettavano i cambi di destinazione d’uso del suolo. Si occupavano aree vincolate; nascevano palazzine e villette, presto divenute rendite svalutate ed ereditate da chi era emigrato in cerca di fortuna in alta Italia o all’estero. Solo dopo circa quindici anni i prefabbricati iniziavano a essere smantellati: qualcuno ha avuto una nuova abitazione, qualcuno si è trasferito o è morto».

Ma l’opera di “bonifica” non si è mai conclusa. A Montella, un comune della provincia di Avellino, ancora oggi ci sono i container. I container. E nel rione Valle, così come in altre strade del capoluogo campano si trovano i prefabbricati. Quando furono tirati su, le persone, già provate dal terremoto, credevano convintamente che la soluzione fosse provvisoria. Questo doveva essere il loro destino. D ‘altronde, come dimenticare le parole dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini: «Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice […] dove a distanza di 13 anni non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario […] Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto». Purtroppo l’affronto c’è stato. E pure l’offesa. A testimoniarlo sono le immagini del fotografo Luca Daniele, un racconto realizzato grazie alla sapiente guida del giornalista Antonello Plati, e contenuto nel volume Quaranta e non vederli 1980/2020. Lo stato di abbandono sembra appartenere a un’altra epoca, e invece nel secolo dell’innovazione e del lusso tecnologico, c’è chi vive così: tra calcinacci, umidità ed erbacce. Tetti divelti, pavimentazione sconnessa, tubature rotte. Abitazioni come trappole infernali: torride d’estate e gelide d’inverno. Soluzioni abitative che di casa hanno ben poco, se non quelle mura il più delle volte instabili e decadenti. I prefabbricati, in teoria, avevano una vita massima di 5 anni. Tutti i tetti erano di Eternit, un materiale estremamente pericoloso per la salute umana. Lo sono ancora. Per molti edifici, l’amianto non è mai è stato smantellato. A rione Valle alcuni immobili sono stati da poco ristrutturati, altri versano in uno stato pessimo. Non è diversa la situazione di Rione Quattrograne dove alcuni prefabbricati sembrano cadere a pezzi, piegati al degrado più totale. Alcuni edifici hanno subito una parvenza di restyling: li hanno “spogliati” e coperti con il cappotto di polistirolo. Quarant’anni di esposizione all’amianto, dunque, e un grande allarme sociale denunciato ciclicamente ma senza soluzioni definitive.

60MILA MILIARDI SPERPERATI

Nei decenni i prefabbricati hanno rappresentato l’onta dei terremotati. Il segno distintivo di un Sud che non ce la fa ad emergere dalle proprie rovine. I ragazzi di oggi si sentono per sempre figli di quel disastro, forse anche a causa di questi mostri che non lasciano il loro paesaggio. Nel tempo è successo di tutto. Occupazioni abusive, incursioni di ladri, promesse di una casa popolare per gli abitanti. E nel frattempo il degrado ha mangiato ogni cosa, anche le poche parti buone di quelle strutture che per alcuni sono diventate le case di una vita. Chi ci vive le ha rese focolari domestici in ogni modo: ha adattato le complessità ai bisogni quotidiani e ha cercato di far pace con l’idea, che chiameremo condanna, di una vita poco dignitosa. I prefabbricati giacciono li, a pochi metri dalle villette di nuova costruzione e dagli alberghi dei convegni politici. Impossibile non vederli.

Qualunque auto blu è costretta a fare i conti con la realtà dei fatti. Eppure, molti dei politici, volti noti degli anni del terremoto che quel degrado lo hanno reso possibile, sono ancora in campo. Inarrestabili. La legge 219 per il post terremoto, frutto dell’ingegno della Democrazia Cristiana del tempo, segnò le sorti di molti di loro: da Ciriaco De Mita, divenuto poi presidente del Consiglio, a Paolo Cirino Pomicino, presidente della commissione Bilancio che erogava i fondi post sisma. Il piano era quello di portare l’industria nelle aree interne della Campania e case per tutti. La commissione d’inchiesta sul post terremoto, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro, nel 1992 raccontò un’altra storia: con la legge 219 si sperperarono, anche con importanti fenomeni di corruzione, 60mila miliardi delle vecchie lire, 30 miliardi di euro di oggi.

Una pioggia di soldi, gestiti dalle banche, che arrivarono agli imprenditori del Nord per portare gli stabilimenti al Sud, che nel giro di pochi anni furono abbandonati. La legge 219 fu lo strumento che pianificò la ricostruzione. Costruire case per chi le aveva perse, come nella zona dell’epicentro, ma anche per chi non le aveva, come nell’area metropolitana di Napoli.

L’idea per l’Irpinia era quella di portare l’industria in montagna, coinvolgere gli imprenditori del Nord nella pioggia di soldi della ricostruzione. Il sistema era semplice, non c’era un progetto e nemmeno un bilancio, si otteneva dallo Stato il 75% dell’opera che si voleva costruire a fondo perduto. Sulla carta era tutto perfetto. Le cose sono andate diversamente: gli interventi programmati per la ricostruzione e lo sviluppo industriale hanno sostanzialmente fallito, non ovunque, ma in molte aree toccate dal sisma. Nel 2021 i lavori risultano incompleti; oltre Avellino, ci sono diversi comuni dell’Irpinia dove le persone vivono ancora nei prefabbricati (ne furono montati più di 26mila). E il tanto declamato sviluppo industriale si è realizzato solo in parte: delle aziende che hanno beneficiato dei contributi dello Stato, solo alcune sono in attività, altre hanno chiuso i battenti e sono fallite, altre ancora non hanno mai cominciato l’attività produttiva. E gli occupati sono ben al di sotto delle previsioni.

Sulle ceneri di quel terremoto hanno mangiato un po’ tutti, una sorta di economia del disastro che ha rimpinguato le casse dei grandi gruppi industriali del Nord per anni. Grazie al terremoto, la criminalità è diventata imprenditoria, si è compiuta quella trasformazione della camorra e della mafia che grazie ai rapporti con la politica ha permesso il salto di qualità.