Il tesoro dei Savoia per le vittime del loro risorgimento

Nei giorni scorsi la rubrica di data journalism “Dataroom” che Milena Gabanelli cura per il Corriere della Sera, si è occupata di quello che viene definito “il tesoro dei Savoia”. Si tratta di un cofanetto rivestito in pelle a tre piani e protetto da 11 sigilli, pieno di gioielli che, all’indomani del referendum del 1946 che sancì la fine della monarchia, venne preso in consegna dalla Banca d’Italia nei cui caveau è ancora custodito.

Il verbale di consegna fu redatto con una formula volutamente vaga, lasciando aperta la possibilità di interpretare che i gioielli spettino alla famiglia Savoia e non allo Stato.

Il valore dello scrigno non è poca cosa, applicando le valutazioni delle aste di Sotheby’s si tratterebbe di circa 300 milioni sui quali si fanno sentire le aspettative degli attuali discendenti della Corona. Nell’articolo viene infatti riportato che, secondo Emanuele Filiberto “ci dovrebbe essere una restituzione”, tantopiù che, in una conversazione di quando era governatore della Banca d’Italia, l’attuale premier Draghi “aveva dato la sua disponibilità a prendere in considerazione la vicenda”. Passati tre quarti di secolo, la Gabbanelli si domanda quanto tempo bisogna aspettare per “stabilire la legittima proprietà a un erede o, eventualmente, restituirlo alla collettività”.

Non sembrano aver dubbi i lettori che, a commento dell’articolo pubblicato sulla pagina Facebook della rubrica, hanno in larghissima parte ricordato pagine di storia poco onorevoli ed hanno espresso una forte disistima verso Casa Savoia. Disdegnando qualsiasi ipotesi di “restituzione” (e vorrei vedere!), hanno evidenziato che per la Costituzione “i beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato”.

Ovviamente c’è chi, colpendo nel segno, ha ironizzato: “Bè certo, poi daremmo anche ai mafiosi i beni sequestrati perché erano acquisti personali…” dice Marinella. Preoccupato è invece Massimiliano, teme che dopo il rientro del 2003 “tra poco chiederanno la restituzione del Quirinale”, giustamente Carlo si domanda “…quanto di quel tesoro apparteneva ai Borbone di Napoli”. Insomma, una contestazione digitale che fa il paio con quella clamorosa che i Neoborbonici vollero riservargli non appena rimisero piede a Napoli dopo l’esilio, che impedì, tra fischi e pernacchie, l’ingresso nel Duomo.

Non credo sia nella volontà né dello Stato né tantomeno dei Savoia, ma credo che sarebbe nella giusta direzione mettere a valore questo patrimonio per farne ricadere frutti concreti (lo ripeto, concreti!) su quei paesi che maggiormente hanno sofferto il “sistema di sangue inaugurato nel Mezzogiorno”, la carneficina di stragi, saccheggi, deportazioni e successiva emigrazione, che sono costate la guerra di annessione mossa dal Piemonte, senza dichiararla, al Regno delle Due Sicilie.