“Villa dei Misteri”, il vino di duemila anni fa che rivive tra le Domus pompeiane. 

Eredità dei Greci, una tradizione enologica i territori vesuviani già l’avevano, i Romani però seppero svilupparne appieno le potenzialità impiantando nuove viti e facendo di Pompei, tra le altre cose, il punto di riferimento più importante per il commercio del vino in tutto il mondo antico. Nelle osterie e alla taberna di Edonè, il vino, ancor prima che alimento, divenne convivialità. Almeno per chi, con qualche asse in tasca, se la poteva permettere. 
Da questa antica cultura origina, a metà degli anni Novanta, l’intuizione di avviare indagini archeneologiche e studi botanici, che ben presto confermarono quanto diffusa fosse la pratica della coltivazione della vite anche nei giardini interni alla cinta muraria della città, oltre che nei suoi quartieri più periferici. Confortata dal rinvenimento di alcuni vinaccioli tra le Domus pompeiane, la Sovrintendenza Archeologica di Pompei decise di rivolgersi al compianto Cavalier Antonio Mastroberardino, autorevole e genuino ambasciatore della cultura campana nel mondo e con la sua famiglia da dieci generazioni tra i principali riferimenti della vitienologia internazionale, per ripristinare i vigneti della Pompei di prima che il Vesuvio la eternasse. 
Un progetto portato avanti selezionando le varietà maggiormente convincenti risultate essere il Piedirosso, lo Sciascinoso e sorprendentemente l’Aglianico, eredità ellenica, che in questo terroir acquisisce peculiari caratteristiche rispetto a quelle più tipiche dell’Irpinia. Dalla messa a dimora di nuovi vigneti alla oramai tradizionale vendemmia autunnale arrivata quest’anno alla XXII edizione, il processo si conclude con la produzione del ricercato “Villa dei Misteri”, dal nome di una delle Domus più belle che la storia ci ha consegnato. Un vino che matura per 24 mesi in barrique di rovere per poi affinare cinque anni in bottiglia. Due millenni di storia e cultura in 1.500 esemplari di elegante rosso rubino che ne vengono ogni anno, in parte riservati agli appuntamenti istituzionali della Soprintendenza e in parte destinati all’alta ristorazione. Solo una piccola parte viene messa in vendita per quei pochi fortunati che, in genere, se le aggiudicano per non meno di 100 euro. 
Come giustamente evidenzia il direttore degli scavi, Gabriel Zuchtriegel, c’è di che essere soddisfatti nel poter dimostrare quanto il Parco archeologico sia “…una fonte ricchissima di patrimonio sia materiale che immateriale” e di come il vino, simbolo di convivialità, commercio e socialità, sia capace di decantare nella Pompei di ieri e oggi “…i valori di una produzione sostenibile che rimanda ai principi della nutrizione sostenuti nella Dieta Meditrerranea”. Posit!