Al Sud si viaggia col freno a mano tirato

Nel dossier “I divari infrastrutturali in Italia: una misurazione caso per caso” pubblicato nel cuore della scorsa estate (e forse per questo non troppo presente nella comunicazione dei media) la Banca d’Italia ha fatto il punto, misurandolo, sul divario infrastrutturale che c’è tra i vari territori della Penisola. L’analisi documenta la presenza in Italia di differenze molto pronunciate nelle diverse aree, ed evidenzia una profonda situazione di svantaggio del Sud e delle Isole. Per quanto riguarda i trasporti, nello studio si è calcolato un indicatore di accessibilità che tiene conto della distanza in chilometri e dei tempi di percorrenza.

Ebbene, fatto 100 il valore di riferimento relativo all’intero Paese, ne è derivato un numero che, utilizzando le metodologie della “Nuova Geografia Economica” (NGE), fotografa la situazione reale, regione per regione. Volendo sintetizzare: se un territorio è sotto quota 100 significa che la dotazione infrastrutturale presente è un ostacolo allo sviluppo; se l’indice supera invece quella cifra, le infrastrutture agiscono da volano positivo per l’economia locale.

Il Mattino di oggi riprende questo studio e, sulla base dei numeri riportati, elabora un grafico (quello riportato in testa all’articolo) che ha il merito di rendere più chiari quei numeri e mostrare quanto marcato è lo svantaggio con cui le regioni meridionali devono fare i conti.

Il Mezzogiorno è sotto in ogni campo, ma purtroppo trovano scarsa eco nelle pagine della stampa nazionale (troppo affaccendata appresso alle consorterie padane), le considerazioni che Bankitalia sente di fare in proposito: “…tenendo conto sia della componente ordinaria che di quella aggiuntiva dell’attività di investimento dell’operatore pubblico, alle regioni meridionali e insulari dovrebbe essere destinata una quota di spesa almeno pari al 45 per cento e in ogni caso sensibilmente più elevata rispetto alla quota della popolazione residente” dicono gli esperti di via Nazionale.

Che poi è anche l’impegno solenne preso nel 1999 dal governo D’Alema (che diceva il 47%) poi confermato, non solo dal successivo governo Amato, ma in tutti i Documenti di Programmazione approvati anno dopo anno dai vari governi, da Berlusconi in poi. Anche dai ministri della Lega Nord. Un impegno clamorosamente non mantenuto cosicché al Sud, in questo ventennio, è stata destinata la scarsa quota di circa il 30% (spesso anche meno) della spesa pubblica per investimenti. In termini pro-capite vuol dire all’incirca 780 euro per le regioni meridionali e oltre 940 per le regioni centrosettentrionali.

Una sottrazione di risorse che fa viaggiare il Sud col freno a mano tirato, e a tirarlo ci sono quelli della “banda della locomotiva” …e molti a fare il “palo”.