Tre “maperò” per fregare il Sud

Siccome i fondi europei del Recovery Fund sono un boccone assai rilevante, salta oggi all’occhio ancor più che prima, una caratteristica peculiare della Tv e della stampa italiana. Si tratta della prospettiva guercia che assumono i commentatori dei media nel guardare agli interventi, alle opere pubbliche statali, ad ogni impegno economico a seconda che se ne preveda la realizzazione a Nord oppure al Sud del Paese. Mentre a Settentrione da decenni si mettono a cantiere, e si realizzano, treni, porti, strade, dighe, scuole, expo e pedemontane varie, per le opere che si dovrebbero concretizzare a Mezzogiorno c’è sempre un “ma” e un “però” di mezzo, a pesare e scoraggiare. Ecco il podio di quelli più gettonati:

PRIMO MAPERÒ – non è la quantità

Innanzitutto, si è molto discusso della quota di risorse del Recovery da allocare al Sud: c’è chi ha tentato di dimostrare che il 34% fosse equo, chi ha rivendicato il 40% come un successo e chi ha ipotizzato addirittura di arrivare a sfiorare il 50% per le opere da realizzare a meridione. E nel dirlo si aspettavano pure l’applauso! Nonostante il taciuto fosse che la reale quota per il Sud, stabilita applicando i criteri dell’UE (popolazione, PIL pro capite e disoccupazione), dovrebbe attestarsi attorno al 70%. Insistono che non sia importante la quantità delle risorse, piuttosto il saperle spendere. Mistero sul perché il discorso poi non valga per la prenditoria padana che, proprio in nome del bottino, le prova tutte. Fino all’autonomia differenziata.

SECONDO MAPERÒ – prima il Nord

Un’altra obiezione gettonata, ben si rappresenta nell’ideologia della famigerata “locomotiva padana”, con la quale si sostiene che la prioritaria realizzazione delle infrastrutture debba avvenire laddove esiste un mercato di riferimento. L’autostrada (un’altra) Sassuolo-Campogalliano, ad esempio, per servire il distretto della ceramica di Sassuolo. Secondo questo principio molto condiviso, al Sud, prima svuotato e poi desertificato, le infrastrutture sono del tutto inutili. Ne viene che:

Se non ci sono asili nido, vuol dire che non servono.

Se non ci sono ferrovie, è perché non c’è l’utenza.

Se mancano i posti letto in ospedale, si può sempre emigrare a Milano.

Se alle Università mancano risorse e personale, ci si può sempre iscrivere alla Bocconi.

Se non c’è lavoro, si può fare la valigia.

Ogni realizzazione al Sud è vissuta come uno spreco, per dipiù spesso contrapposto, a mo’ di beffa, ad un più urgente, indeterminato, “benaltro” …che comunque non si farà.

TERZO MAPERÒ – ci stanno le mafie

L’evergreen ostativo per tutte le stagioni è però incarnato dalle mafie, organizzate per intercettare gli eventualissimi danari. E qui, in maniera che del tutto surreale, i media non sembrano essersi accorti in questi ultimi decenni che le grandi organizzazioni criminali, seguendo l’odore dei soldi, hanno messo radici saldissime nella fertile terra padana. Dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto all’Emilia Romagna, dove il mondo economico e quello dei professionisti, con eccezioni sì, ma non decisive, hanno considerato i soldi delle mafie non un pericolo, ma una opportunità. L’ex Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, già qualche anno fa rimarcava ad esempio che la ‘ndrangheta “…si è infiltrata in Emilia Romagna senza colpo ferire, ricorrendo alla forza solo quando la corruzione non funzionava, ma purtroppo funzionava quasi sempre”. In un dossier sulle mafie realizzato dall’associazione ravennate “Gruppo dello Zuccherificio”, viene raccontata la presenza delle mafie a 360 gradi in tutta la regione e nel paradiso fiscale di San Marino. Per capirne le proporzioni propongono una semplice operazione algebrica:

Nell’operazione Aemilia, che dal gennaio 2015 ha sconvolto l’Emilia-Romagna, sono stati prima arrestati e poi messi sotto processo 239 imputati, quasi tutti legati ad una sola cosca, quella di Cutro, ed al suo leader Nicolino Grande Aracri. Ora prendete questo numero, 239 per una cosca, moltiplicatelo per le altre 50 ramificazioni criminali presenti in regione (tra ’ndrangheta, cosa nostra, camorra e sacra corona unita) ed elevatelo alle 7 mafie straniere presenti (nordafricana, nigeriana, cinese, sudamericana, rumena, ucraina e albanese), ed eccovi l’equazione esatta che porta a dire al procuratore antimafia Roberto Pennisi: “l’Emilia Romagna è terra di mafia”.