“Sciopero degli invisibili”, perché fioriscano i diritti e non l’indifferenza.

Dopo aver militato a lungo nel Coordinamento Agricolo dell’Unione Sindacale di Base, Aboubakar Soumahoro, ivoriano da due decenni in Italia, lo scorso agosto, nell’anniversario della nascita di Giuseppe Di Vittorio, ha ufficializzato il lancio della “Lega Braccianti” e contemporaneamente inaugurato, a Borgo Mezzanone nel foggiano, la prima “Casa dei diritti e della dignità Giuseppe Di Vittorio”. Un luogo di alfabetizzazione sui diritti e sulla dignità della persona e presidio di giustizia sociale intitolato al più autorevole sindacalista italiano del secondo dopoguerra. Stupisce che i giovani lo conoscano così poco, scrive Aboubakar nel suo libro “Umanità in rivolta”, stupisce che gli anziani sembrano averne dimenticato l’insegnamento. Eppure, Di Vittorio, uomo raro, aveva qualità personali straordinarie, come l’inflessibile rettitudine morale, la capacità empatica che gli permetteva di entrare in sintonia profonda con le sofferenze degli altri e la forza organizzativa che metteva generosamente al servizio degli invisibili.

Non c’è dubbio che “Abou”, così lo chiamano gli amici, nel nome di Di Vittorio, rappresenti una delle esperienze migliori che si muovono nel campo di chi si batte per i diritti civili dei lavoratori, il suo progetto di costruzione di un nuovo soggetto politico, la “Comunità Invisibili in Movimento”, si propone l’obiettivo ambizioso di arrivare a Palazzo Chigi e ha dato appuntamento per il prossimo 18 maggio a Roma, in piazza Montecitorio alle 14 per lo “Sciopero degli Invisibili”. Uno sciopero per “far uscire dall’angolo del ring” i lavoratori precarizzati dalle politiche neoliberiste, e denunciare i meccanismi della filiera agricola che, dai semi alla forchetta, è comandata da Giganti del cibo e della Grande distribuzione che schiacciano “…sotto lo stesso rullo compressore le contadine e i contadini, braccianti, autisti, facchini, magazzinieri, commessi, rider e tutte quelle lavoratrici e quei lavoratori che portano avanti la filiera del Cibo col sudore della fronte. Il disumanizzante processo di lavoro, con i suoi infortuni e caduti sul lavoro, è quasi equiparabile alle vergognose condizioni socio-lavorative di milioni di persone dell’inizio dello scorso secolo”.

È giunta l’ora di parteggiare, dice il leader della Lega Braccianti, e scegliere da che parte stare: con la dignità del lavoro o con la dittatura dei giganti del cibo e degli algoritmi. È un lottatore Abou, la vita non gli ha fatto sconti, ma sa che è tempo di uscire dall’angolo e lottare, insieme, al centro del ring.

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L’incipit del libro “Umanità in rivolta” di Aboubakar Soumahoro:

Sapete cosa non deve mai fare un pugile? Non deve mai abbassare la guardia. E, più importante ancora, non deve farsi mettere all’angolo. Nel momento in cui sei all’angolo, puoi solo nascondere la faccia tra i guantoni o provare a schivare, ma prendi così tanti colpi che in pochi secondi finisci al tappeto. Devi svincolarti, non importa come, importa solo uscire velocemente da lì. Altrimenti i pugni alle costole ti impediranno di respirare e quelli al volto ti annebbieranno la vista. Diventerai sempre più fragile. Ti verrà la tentazione di accovacciarti e di trovare riparo in quell’angolo che in realtà è una trappola. L’unica cosa che devi fare è uscire a qualunque costo. I pugni che puoi prendere al centro del ring non saranno mai tanti e non faranno mai così male quanto quelli che ti colpiscono quando sei costretto solo a difenderti.

Nello storico incontro tra George Foreman e Muhammad Alì del 1974, si vede che il primo, molto più possente, cerca subito di chiudere Alì all’angolo. Alì, a costo di prendere qualche pugno in più, si sposta rapido, esce, riprende la danza al centro del ring e vince.

Anch’io per molto tempo sono stato messo all’angolo. Non da solo, ma insieme a tante altre persone costrette a subire ingiustizie e discriminazioni. Gli artefici di queste azioni erano spesso figli o nipoti di emigranti che così facendo agivano contro di noi e contro la loro memoria.

Non sono mai stato un pugile né ho desiderato esserlo. Però ho capito che, insieme a quelle persone, noi siamo tutti sul ring e che vorrebbero tenerci per sempre all’angolo. Noi possiamo essere poveri, sfruttati e precari, non importa, dobbiamo uscire dall’angolo. Possiamo essere tante cose ma non saremo mai schiavi.