La continuità di un “sistema”, a garanzia dei leghisti sotto processo …e di Formigoni

Sotto i riflettori dei (troppo) condiscendenti media, Salvini e la sua cricca, in perfetta continuità con la canottiera, rigorosamente a coste, che Bossi ostentava a metà degli anni ’90, amano presentarsi come “gente di popolo”, rustica ma genuina. Buona strategia per stomaci da ruminanti!

Dietro la comunicazione, la realtà è però molto diversa ed è fatta dall’occupazione “scientifica” di tutte le poltrone occupabili. Non si tratta solo di poltrone strettamente istituzionali, come quella di presidente della Conferenza delle Regioni da poco passata al friulano Fedriga, o di quella del Copasir, difesa in questi giorni, col coltello tra i denti, dalle ambizioni della Meloni. Il poltronismo della Lega è un “sistema” che riguarda pervasivamente anche le Partecipate di Stato, le banche, società finanziarie, Fondazioni, Asl, multinazionali dell’energia, società aeroportuali, aziende di trasporto. In ognuna il Carroccio ha piazzato i suoi uomini e ad ognuno di essi ha imposto un contributo da versare, pena il mancato rinnovo della nomina. È il cosiddetto “sistema del 15%” che, alimentando le casse del partito, è diventato un modello tanto diffuso da non risparmiare neanche la sanità lombarda.

Un sistema venuto fuori dagli atti dell’inchiesta sulla Lombardia Film Commission, la controllata della Regione e del Comune di Milano dalla quale, con un’acquisizione immobiliare, è stato distratto quasi un milione di euro che sono poi confluiti in società riconducibili ai contabili della Lega, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. Una truffa per la quale la Regione guidata da Attilio Fontana, parte lesa, non ha ritenuto di costituirsi come parte civile.

Un atteggiamento di per sé discutibile, ma che stride ancor di più in quanto l’altro Ente che controlla Film Commission, il Comune di Milano, si è invece giustamente presentato per chiedere i danni. La posizione del governatore Fontana è, tuttavia, la stessa di quella assunta, appena pochi anni fa dalla Lega, per la famosa truffa sui rimborsi elettorali da 49 milioni, incassati da Belsito e da Bossi.

Una decisione (quella di non costituirsi parte civile) che derivava allora, da un contratto privato sottoscritto tra Salvini e Bossi che misero una pietra tombale sugli scandali del partito padano. Un partito che tiene i suoi affari ben distinti dal linguaggio col quale arringa le piazze. Che a parole si scaglia contro le caste e i ladroni e nei fatti è invece tutt’altro. Al punto che, pochi giorni fa, con i suoi Riccardi e Pillon affiancati dal forzista Caliendo nella Commissione contenziosa al Senato, ha garantito il vitalizio a Roberto Formigoni, uno dei maggiori responsabili del collasso della sanità del Paese, condannato nel caso San Raffaele/Fondazione Maugeri, a 5 anni e 10 mesi, per tangenti e corruzione.