Il caffè napoletano patrimonio Unesco, il Sud batte il Nord con la tradizione

Non credo sia troppo lontano dal vero, sostenere che una tazzina di caffè è capace di evocare in ognuno, almeno un racconto, un’esperienza, un ricordo. L’associazione che a me viene da fare con più frequenza mi riporta all’infanzia, quando ogni vacanza la passavo a bazzicare nel vicolo dov’è nata mammà. E dove abitava Antonietta, Ze’ monaca, riferimento saggio di quella piccola comunità, saldamente a presidio di una stanzetta al piano terra, incredibilmente zeppa del suo vissuto e con la porticina sempre aperta in fondo a un susseguirsi di vasi di ortensie e violaciocca, accudite con assoluta dedizione. A lei ci si rivolgeva per un consiglio, per ricomporre piccole incomprensioni e, dal rispetto che tutti gli accordavano, intuivo doveva essere depositaria di tante confidenze. A noi bambini importava però molto di più la granita al limone che preparava d’estate e il fatto che avesse sempre una caramella da darci, la Rossana o quella al miele, una sola, a testimonianza di quanto, una manciata d’anni fa, fossero preziose le cose …e i gesti.

Ze’ monaca è l’unica persona che ho visto usare regolarmente la caffettiera napoletana, la cuccumella. La moka non ce l’aveva proprio, non tanto per un rifiuto della “modernità”, quanto per il desiderio di tenere viva, a modo suo, tutta una ritualità di cui si era fatta sentinella. Fatto è, che a metà mattinata, l’aroma del suo caffè preservato da un cuppetiello improvvisato di carta di zucchero, ricomponeva un mondo che sembrava sfuggire. Chiamava a raccolta, interrompendo il fervore delle faccende, tutti gli abitanti del vicolo che arrivavano alla sua porticina, come i monaci al convento.

Questo tipo di ritualità che sfiora il sacro, questo retroterra, è alla base del successo che la “Cultura del caffè espresso napoletano tra rito e socialità”, ha ottenuto qualche giorno fa con la registrazione ufficiale nell’Inventario nazionale del patrimonio agroalimentare italiano: la porta d’accesso al riconoscimento di bene del Patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco. Un’affermazione dal profumo particolare, visto che per lo stesso riconoscimento era stata avanzata anche la proposta del “Caffè espresso italiano tradizionale”, formulata da un consorzio di 15 imprese del Nord, forti di un consistente investimento economico.

Ha quindi prevalso la tradizione sul fatturato, la cultura sugli affari, Ze’ monaca sui manager. Vince il Sud, le relazioni, il rito, vince Napoli. Non tanto per la qualità del prodotto finale, ‘a tazzulella, che pure è indubitabile, quanto per la profondità dei sentimenti umani che ad esso sottendono …e poco importa se il caffè del vicolo non fosse di certo un espresso e assomigliasse di più a quello turco o a quello arabo. Altri due caffè che, non a caso, per via della profonda storia popolare, nella lista del patrimonio Unesco ci stanno già.

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