Draghi e il mistero che riporta Borgonzoni alla Cultura

“Ma ‘sto Draghi: sarà poi davvero tutto quel che si dice?”. A guardare la compagnia che ha messo in piedi per la guida del Paese, i dubbi sono fondati, ed in molti, soprattutto al Sud, hanno buone ragioni per essere preoccupati. Il dubbio è venuto anche allo scrittore Enrico Deaglio che sulle colonne del “Domani”, a proposito della senatrice leghista Lucia Borgonzoni, che incredibilmente viene nuovamente nominata sottosegretario alla Cultura (titolare di perle quali: “non leggo un libro da tre anni” e “l’Emilia Romagna confina con il Trentino e con l’Umbria”), ci ricorda un episodio tipico dei tempi del fascismo quotidiano (quello “buono”), del quale la senatrice fu protagonista nella primavera del 2019.

L’episodio è relativo a un lavoro svolto dagli studenti dell’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III di Palermo i quali, coordinati dalla loro professoressa di italiano Maria Rosa Dell’Aria, realizzano, in occasione della Giornata della Memoria, una presentazione powerpoint in cui vengono messe a confronto le leggi razziali del 1938 e le leggi speciali volute da Salvini.

Un lavoro fatto bene, colto e documentato, che però l’attivista filonazista, Claudio Perconte, commenta con un velenoso tweet: “una prof. ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti”. Borgonzoni lo pubblica sulla sua pagina Facebook auspicando per la professoressa “l’interdizione a vita con ignominia. Già avvisato chi di dovere”.

Con inusuale sollecitudine, l’allora ministro dell’istruzione, Marco Bussetti, di scarso curriculum e leghista pure lui, si mosse così che la prof. venne sospesa per tre mesi dall’insegnamento e dallo stipendio.

Un episodio da stagnante, ordinario fascismo italiano da anni Trenta, il cui epilogo Deaglio racconta, abilmente, così:

…ma la cosa si venne a sapere, e il caso divenne nazionale: eroici scioperi di studenti, articoli di giornale. A denti stretti, le sanzioni vennero (più o meno) ritirate. Gli studenti e la prof. vennero ricevuti in Senato dalle senatrici Elena Cattaneo e Liliana Segre, che lodarono il lavoro fatto e la loro competenza. Liliana Segre, salutandoli, disse: «La vostra scuola si chiama Vittorio Emanuele III, il Re che mise la sua firma sulle leggi razziali di Mussolini. Io consiglierei di cambiargli nome». Ecco, un provvedimento che Lucia Borgonzoni potrebbe attivare subito. Ha il potere di farlo, è lei – di nuovo – il “chi di dovere”. Quasi quasi c’è da twittarglielo.