Ci vorrebbe un po’ d’Irpinia all’Autogrill (…almeno in quelli irpini dell’A16).

Anche se la certificazione “Doc” per i vini è stata ideata solo negli anni Cinquanta, e ufficializzata nel 1963, il vino Falerno un’attestazione ce l’aveva già da parecchi secoli, anzi da tre millenni. Le etichette ritrovate sulle anfore usate per commerciarlo che riportano anno, tipologia, zona d’origine, timbro e ceralacca sui tappi lo confermano e raccontano per il vino più celebrato dell’antichità, il Falernum, la storia della prima vera e propria Doc del mondo. Un vanto tutto casertano.

È però la Campania intera ad essere una terra di vini antichi e pregiati, dai rossi generosi del Sannio alle DOCG dell’Irpinia, dalle viti delle colline cilentane a quelle piantumate sulle fertili terre vulcaniche dell’area vesuviana, senza trascurare i raffinati bianchi della Costiera e quelli delle Isole.

Eppure, a parte l’antichità, se ci si volta indietro di due o tre decenni e ci si affaccia al panorama enologico italiano degli anni ’90, la Campania del vino non c’è, è del tutto assente in un contesto esclusivamente abitato da bottiglie del Nord. Le vigne, quelle che c’erano, svolgevano funzioni complementari al mercato dei vini piemontesi, veneti e toscani, oppure servivano ad assicurare le scorte domestiche e a rifornire le trattorie di prossimità.

Siccome però è vero che il corso della storia umana non è lineare ma procede a sprazzi, con l’inizio del nuovo millennio, in maniera sorprendentemente rapida, molti viticoltori campani decidono di trasformarsi in vitivinicoltori. Un processo innescato inizialmente dal calo di richiesta della materia prima, a sua volta determinato dalla scelta strategica delle grandi cantine nazionali di voler disporre di uva di propria produzione.

Nel mondo del vino è un’autentica rivoluzione!

La Campania vinicola nel giro di un pugno di anni, dalla Terra di Lavoro a Montevetrano e un po’ ovunque, può rappresentarsi oltre che con i già affermati Mastroberardino, Moio e D’Ambra con molti altri player di altissimo livello. Una rivoluzione che ha riguardato ancor più intensamente le aree interne dove è percepibile già dal paesaggio trasformato, migliorato, preservato. Tutta la Campania, ma prima il Sannio e poi l’Irpinia, hanno oggi, in termini di qualità, una reputazione di massimo rilievo presso il consesso enologico internazionale che ne apprezza, altresì, l’espressione della varietà di stili differenti di vinificazione e il relativo terroir.

Escludendo alcune provincie del Piemonte, quella di Avellino con le sue 250 aziende produttrici è ad oggi l’unica provincia in Italia a poter vantare ben tre DOCG: il Taurasi per i vini rossi, il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino per i bianchi. È per questo che oggi trova piena giustificazione lo sdegno di chi, come quelli della Coldiretti di Avellino, denuncia l’assenza totale di offerta di etichette irpine nelle sei stazioni di sosta autostradali dell’A16 insediate nella provincia avellinese. Tra gli scaffali c’è il Sangiovese, il Lambrusco, il Chianti, non mancano il Barolo, il Brunello e il Prosecco, ma di vino irpino neanche una goccia.

Secondo Francesco Acampora, che di Coldiretti è il presidente provinciale “…il brand Irpinia sparisce proprio in quegli spazi che dovrebbero essere invece la  vetrina del territorio. Un’azione di marketing territoriale non può prescindere dalle principali direttrici autostradali e le stazioni di sosta sono spazi di promozione ai quali l’Irpinia non può, e non deve rinunciare”.

Una vera e propria stortura che sa tanto di colonizzazione, che dovrebbe di certo essere contrastata con una maggiore capacità dei produttori di fare rete, ma ancor di più con una politica radicata nel territorio capace di rimettere in discussione, tra l’altro, anche il sistema delle concessioni ai gestori delle aree di soste che, al momento, tra una Rustichella e un Camogli, propongono un’offerta uniformata tutt’affatto corrispondente ai loro stessi slogan nei quali fa comodo raccontarsi come ambasciatori di specificità, di radici, di territori … che invece non rispettano.