Il riguardo del Sud per gli anziani suggerisce un nuovo modo di abitare

Volendo ripercorrere il film della pandemia da Covid-19, uno degli episodi che per strazio e per rilievo si è più impresso nell’animo di tutti, è rappresentato senza dubbio dalle drammatiche morti di anziani ospitati nelle Rsa, le strutture residenziali per anziani. Un dramma consumatosi sulle solitudini di chi, dovendo lasciare la precedente quotidianità, aveva già visto ridursi al minimo la qualità della propria vita. Destino sempre più diffuso se, di fronte all’evoluzione della piramide demografica, non saremo capaci d’immaginare alternative più desiderabili della contenzione nelle strutture, con l’obiettivo di promuovere l’inclusione per un invecchiamento attivo.

Come riscontrabile da uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità sappiamo che il modello della Rsa è diffuso soprattutto nelle regioni settentrionali dove si concentra il 71,3% delle strutture che, per via di residenze più grandi, ospitano una percentuale ancora maggiore di residenti. Un modello, soprattutto lombardo, che è anche un grande business nel quale operano grandi multinazionali come la Korian Segesta e la Holding Cir e sul quale stanno puntando grandi fondi d’investimento attratti da rette mensili medie da 2.500 euro e da altrettanto sostanziosi contributi pubblici. Una realtà che però non attecchisce nel Sud, dove più solidi legami familiari, inducono a escogitare di tutto pur di non sottrarre gli anziani al proprio vissuto e agli affetti.

Alle crepe del modello lombardo, impietosamente evidenziate dalle cronache relative alla pandemia, fa dunque da contraltare una sensibilità mediterranea che sa di ancestrale riguardo per l’anziano, nettamente differente e più in linea con i recenti orientamenti del welfare europeo sempre più attento all’abitare, in opposizione al contenimento offerto dagli ospedali e dalle strutture.

Forse l’esperienza della pandemia ci ha indicato una strada migliore di quella basata sulle grandi Rsa, e alla quale potrebbero essere dirottati gli attuali contributi pubblici: è la strada, tutta da costruire, dei modelli residenziali che si pongono in posizione intermedia tra il domicilio e le Rsa, basati sulla medicina territoriale, sull’assistenza a domicilio e sul welfare di comunità. Modelli che parlano di housing sociale, di co-housing tra persone anziane o all’interno di comunità allargate. Esperienze solo episodicamente concretizzatesi con progetti sperimentali, in cui i residenti con l’aiuto di badanti, associazioni, medici e infermieri, riescono a rimanere autosufficienti molto più a lungo. Un nuovo modo di abitare in vecchiaia che, oltre ad essere meno costoso per le minori ospedalizzazioni, garantirebbe di certo una migliore qualità della vita …senza metterla da parte.