Il profumo dell’audacia nelle lotte delle Gelsominaie

Poco alla volta quei campi attorno a Milazzo la Raffineria se li comprò, così che il profumo dei gelsomini svanì, sostituito dall’odore ammorbante del petrolio lavorato. La storia di quel profumo che inebriava da maggio a ottobre le ore notturne della sponda tirrenica della Sicilia, comincia sul finire degli anni Venti del secolo scorso, quando vengono impiantate le prime coltivazioni di gelsomino ad uso industriale, per venderlo presso le maison de parfum di Grasse, in Provenza. Nella capitale mondiale del profumo la concreta del gelsomino siciliano, contribuisce in maniera determinante, costituendone il cuore segreto, alla nascita del profumo più famoso del mondo, Chanel N° 5, che Mademoiselle Coco commissionò a Ernest Beaux con la raccomandazione che si discostasse nettamente dalle troppo sdolcinate convenzioni dell’epoca e profumasse di audacia.

Ciò che però meno appare in questa storia è la durezza del lavoro che c’è dietro, quello delle oltre duemila gelsominaie del milazzese. Tutte donne, spesso ragazzine, perché il gelsomino è un fiore piccolo, delicato e doveva essere raccolto con la dovuta cura per non danneggiarlo. Era necessario raccoglierlo di notte, dopo l’innaffiatura, al massimo del loro profumo perché con la luce del sole i fiori si chiudono, tendono al giallo e la resa in fragranza diminuisce. Il lavoro era pesantissimo, si svolgeva nel fango, tra gli insetti e veniva poco retribuito, tanto è vero che per farne un chilo, era necessario raccogliere quasi 10mila fiori, per i quali nel 1945, venivano corrisposte solo 25 lire. Le più abili riuscivano in un giorno a guadagnare 100 lire quando il prezzo del pane era a 45.

Quelle che offriva la campagna erano tra le poche opportunità lavorative riservate alle donne dell’epoca, che però non si sottraevano a lavori di sacrificio per salari da fame, pur di mettere assieme il necessario. Spesso dovendosi portare appresso i bambini e adoperarsi a ricavare farina dalle “favuzze”. Una condizione che nell’agosto del ’46 per Grazia Saporita, “la bersagliera”, non era più accettabile, tanto che, con sua madre Rosaria, allertò una ad una le sue compagne e tutte assieme, bastoni in pugno, occuparono il locale Commissariato denunciando lo sfruttamento e rivendicando condizioni lavorative migliori. È lo sciopero delle gelsominaie di Milazzo, la cui protesta echeggiò nelle campagne del messinese coinvolgendo nella protesta altre donne che lavoravano negli aranceti, negli uliveti e nei semenzai. Fu la scintilla per le analoghe rivendicazioni che seguirono nel resto del Paese.

Donne audaci che riuscirono collettivamente e col sostegno delle Camere del Lavoro, ad ottenere importanti risultati, soprattutto relativi al salario che di lì a qualche giorno la Ditta Vece, per la quale prestavano opera, dovette raddoppiare, costringendo le altre aziende a adeguarsi. Vennero poi col tempo riconosciuti ulteriori miglioramenti come la concessione dell’indennità di caropane alle lavoratrici capofamiglia e le tutele in materia di maternità.