L’anima della Sardegna non è in vendita al Billionaire

Pensando a un’isola si può facilmente ritenere che la storia insediativa dei suoi abitanti racconti un popolo in larga parte proteso al mare, gente marinara o quantomeno molto dedicata agli scambi che il mare offre come opportunità. Non è sempre così, non ovunque. Gli abitanti della Sardegna, ad esempio, in funzione difensiva rispetto all’invasore di turno, e per via della malaria che da Cartagine fino al secondo dopoguerra ha infestato le coste più belle del Mediterraneo e gli stagni naturali dove svernano i trampolieri, per secoli hanno trovato più conveniente stabilirsi nelle aree interne dell’isola. Una vicenda demografica che ha reso l’entroterra sardo e le sue sparpagliate comunità, il deposito più ricco e più autentico della cultura millenaria che Ichnusa (*) può orgogliosamente vantare.

Come oramai sappiamo per merito di numerose analisi susseguitesi negli anni, la parte centrale della Sardegna si sta spopolando, e lo sta facendo in maniera ancor più rapida ed intensa rispetto a quanto è possibile osservare nell’entroterra meridionale della penisola, dove il fenomeno è comunque grave. Tre comuni sardi su quattro sono in calo demografico (270 su 377) e una trentina di essi è destinato a sparire in pochi decenni, nell’isola ci sono 300.000 case disabitate e ogni anno 10.000 persone in meno la abitano. Praticamente più che un’impronta divina, l’immagine geografica è quella di una grande ciambella, con le coste che si affollano e un enorme vuoto al centro.

Svuotata dell’anima però l’isola non sarà più “La Sardegna”, non potrà esserlo pienamente, e rischia di assomigliare troppo ai divertimentifici che il sistema turistico capitalistico può smontare e rimontare altrove le convenienze dettino. Alla luce delle fragilità che la pandemia ha solo reso più evidenti, è l’ora di una riflessione. È il momento di ricordare che lo sviluppo di nessun comparto procura lavoro e benessere in maniera duratura, senza che anche gli altri settori ne siano coinvolti. La “monocultura” turistica, senza lo sviluppo dell’intero sistema produttivo, dall’agricoltura ai servizi, dall’industria alle new economies, e senza coinvolgere l’intero territorio, non porterà molto lontano.

Certo, 50.000 giovani impegnati in lavori stagionali e molte piccole imprese di servizi, col turismo modaiolo ci hanno campato, poca cosa però rispetto ai maggiori beneficiari del settore che non sono state le imprese sarde ma i forestieri, con capitali forestieri e con residenza fiscale all’estero. Gli stessi che hanno saputo imporre, in perfetto modello coloniale, la primazia degli affari dei vari Billionaire alla salute e agli interessi della gente di Sardegna.

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(*) Ichnusa è un’antica parola greca che significa impronta. Secondo la leggenda la Sardegna venne creata dalle divinità che, dopo aver creato il mondo, gettarono qui i sassi rimanenti e lasciano la loro orma in mezzo al Tirreno.