I fanatici dell’iniquità territoriale

Quando ho letto l’articolo “Il grande spreco dell’alta velocità pagata dal Recovery fund” pubblicato qualche giorno fa sul “Domani”, il Professor Marco Ponti, quello che l’ha firmato, me lo sono figurato (non me ne voglia) con le fattezze dell’uccello fratino. Si tratta di quel piccolo trampoliere, la tutela della cui serenità, cara al Ministro per l’Ambiente Sergio Costa, tiene bloccati i lavori per il raddoppio ferroviario della Termoli-Lesina. Un’opera strategica sul corridoio adriatico, attesa da 40 anni e indispensabile non solo alla Puglia ma all’intero Sud. Purtroppo però c’è sempre un “fratino” di mezzo quando un’opera deve essere realizzata da Roma in giù.

A dire il vero l’articolo sembra essere uscito, più che dalla penna di un inconsapevole fratino, da quella di un pennuto differente, più funzionale, con l’attitudine a volare a bassezze più umane, insomma …a mezza altezza.

L’intervento dell’economista è sostanzialmente una presa di posizione contraria alle infrastrutture ferroviarie e all’Alta velocità che vengono considerate (ora che le risorse del Recovery fund consentirebbero di realizzarle anche nel Mezzogiorno dopo averle realizzate profusamente al Settentrione) troppo costose per le casse dell’erario. Di più, secondo Ponti investire sui collegamenti ferroviari al Sud, sarebbe uno spreco di risorse perché i treni, sotto una certa latitudine, viaggerebbero vuoti per assenza di domanda. Affermazioni smentite da molte analisi, prima su tutte da “Pendolaria” di Legambiente, nella quale è comprovato l’aumento più che proporzionale dei passeggeri ovunque sono intervenuti investimenti e miglioramenti. E d’altra parte c’è da stupirsi, piuttosto, che ci siano ancora passeggeri disposti, per esempio, a 12 ore di viaggio per raggiungere Trapani da Siracusa.

Invece che sui treni, secondo Ponti, bisognerebbe puntare sulle infrastrutture stradali, che vengono costruite con capitali privati e generano guadagni per lo Stato. E qui forse il Prof. avrebbe bisogno di un ripasso della recente storia infrastrutturale padana. Ha probabilmente dimenticato la “macchina mangiasoldi” che è diventata la Pedemontana veneta, una cuccagna per i concessionari e una voragine nei conti pubblici. Gli sarà sfuggito il fallimento rappresentato dalla Pedemontana lombarda, la più cara della storia, costruita al costo record di 60 milioni di euro a chilometro. E mi domando come sia possibile che abbia dimenticato anche lo scandalo della Brebemi, per la quale si dichiarò favorevolissimo, i cui studi progettuali stimavano un traffico cinque volte superiore di quello che è in realtà?

Marco Ponti nell’articolo si dice, infine, molto perplesso che ci si ponga come obiettivo una sorta di “equità territoriale”. Lo ritiene un concetto indifendibile e si domanda se possa essere perseguita quali che ne siano i costi.

La risposta però può facilmente trovarla nel sentimento di un popolo sempre più orgoglioso e numeroso, non più disposto ad essere considerato minore e che oramai, giustamente, ritiene inaccettabile e vergognosa la propaganda dell’iniquità fatta sistema, sulle cui basi si è voluto costruire un paese spaccato a metà sul quale, come malaugurio, ancora svolazzano i corvi.