“Cittadinanza forte” per un Sud protagonista

(L’isolotto di Strombolicchio con il faro)

Fateci caso, quando sui giornali o in tv vengono affrontate le questioni del Mezzogiorno, nove volte su dieci (forse anche di più) la responsabilità del suo ritardo viene attribuito alle mitiche “classi dirigenti meridionali”. A meno di non voler cedere a teorie vicine al razzismo lombrosiano, è davvero una cosa difficile spiegare che su venti milioni di persone che vivono al Sud, nel corso di un secolo e mezzo, non si sia mai riusciti a mettere insieme un manipolo di “classe dirigente meridionale” all’altezza delle classi dirigenti che ad altre latitudini invece, dicono, facciano meglio. Che so, all’altezza del “compagno G” Greganti che salta allegramente dalle tangenti di Mani pulite a quelle di Expo 2015, degli scandali e delle smemoratezze di Scajola, delle gaudenti corruzioni del “Celeste” Formigoni, delle mutande verdi di Roberto Cota, delle tangenti al Mose di Galan, dei 49 milioni della Lega Nord, dei conti in Svizzera della lista Falciani, della gestione dell’emergenza coronavirus dell’esilarante duo Fontana & Gallera, dei fallimenti bancari, dell’alta velocità ferroviaria più costosa del mondo, dell’inutile BreBeMi e di quella macchina mangiasoldi che è la Pedemontana veneta …

Scherzi a parte, anche la “classe dirigente meridionale” ha le sue responsabilità giacché troppe volte dimostra di essere inadeguata e scadente al pari di quella settentrionale. A me sembra però evidente anche che addossare la colpa del ritardo del Mezzogiorno principalmente agli amministratori del Sud sia diventato un mezzo abusato, per alcuni rassicurante e per altri opportunistico, che serve ad evitare che la questione venga osservata per quello che è.

Se a sostanziale pari qualità di classe dirigente si determinano effetti tanto differenti nei vari territori, dobbiamo coerentemente convenire che la discrepanza dei risultati debba essere attribuita a qualcosa d’altro. Potrebbe essere il clima, l’alimentazione oppure i costumi (qualcuno l’ha pure ipotizzato) ma, converrete, è più facile che si tratti di qualcosa di più terrenamente concreto: il costante minore livello di investimenti pubblici che lo Stato italiano ha voluto riservare alle regioni del Sud. È quest’ultimo un’evidenza non solo accertata storicamente e autorevolmente pluri-certificata, ma anche un fatto per il quale l’Italia è stata più volte richiamata dalle preoccupate autorità europee che sono arrivate a minacciare una “rettifica finanziaria” dei trasferimenti qualora “Gli sforzi europei fatti attraverso il bilancio comunitario vengano ancora neutralizzati dai tagli agli investimenti pubblici nel Mezzogiorno”.

La questione allora è che il disinvestimento al Sud produce una “cittadinanza debole” alle prese con insufficienti e mediocri opportunità di realizzare la propria vita in loco, che determina a sua volta una “classe dirigente debole” costretta a una battaglia di retroguardia verso gli appetiti sempre più voraci dei grandi potentati settentrionali. Condannata ad attrezzarsi per le emergenze e a rimanere bloccata nelle prospettive.

Il tema non attecchisce troppo sui media italiani che per eccesso di pigrizia, o per interesse, riducono il tutto agli “amministratori locali”. Le autorità europee però, preoccupate da una situazione che rischia di indebolire la stessa Unione e ne ostacola al contempo i vantaggi che potrebbero derivare da un “Mezzogiorno protagonista nel Mediterraneo”, sembrano determinate a fare la differenza, in primo luogo vigilando sul carattere di addizionalità che devono assumere le risorse comunitarie, e poi con il Recovery Fund, per il quale hanno voluto stabilire tre parametri che ben indicano la direzione: non ci sono dubbi, il 70% dei 209 miliardi di euro che saranno erogati dovranno essere impiegati per lo sviluppo del Sud.