Zaia, la soluzione finale.

A leggere i quotidiani di questi giorni la vittoria schiacciante in Veneto di Luca Zaia, “il Doge”, sembra preludere a una resa dei conti interna alla Lega Nord dagli esiti imprevedibili, in quanto la leadership del “Capitano” non è più considerata intoccabile come qualche mese fa. Tutta al positivo la narrazione mediatica che ha accompagnato Zaia alla vittoria: un uomo in gamba; che ha ben governato; fortemente legato all’identità del suo territorio e capace di fronteggiare la pandemia molto meglio di come l’hanno gestita i lombardi. Questa la sintesi.

A ben guardare ed esercitando un po’ la memoria è però possibile accorgersi di una realtà molto differente, è possibile descrivere un declino ultraventennale del Veneto, consolidatosi più saldamente nell’ultimo decennio (da quando è governato da Zaia), a partire dallo storico sorpasso dell’export emiliano su quello veneto, avvenuto per dipiù in arretramento. Sono lontani gli anni ’80, quelli delle floride piccole imprese venete fattesi modello da esportare anche oltreconfine. La cronaca di oggi ci dice di un calo demografico dovuto a una fuga di talenti che trovano condizioni migliori non solo all’estero, ma anche nelle realtà contigue.

Solo i distratti non ricordano il clamore delle banche fallite, delle imprese delocalizzate nell’Europa dell’Est, degli storici gruppi industriali sull’orlo del fallimento, dei grandi scandali che hanno coinvolto politica e imprenditoria …suggeriscono niente il Mose e la Pedemontana? L’una è una storia di soldi frutto di tangenti nascoste nei paradisi fiscali, insieme al nero di grandi imprenditori veneti; l’altra, simbolo del fallimento leghista, doveva vedere i privati in prima fila ma è diventata una macchina mangiasoldi che ha già assorbito oltre cinque miliardi dall’erario. Una storia caratterizzata da stop and go per i sequestri dei cantieri da parte delle procure per fatti di corruzione, inefficienze e realizzazioni scadenti.

Gli industriali sembrano però apprezzare il pragmatismo del Doge, ma come si fa a chiudere gli occhi davanti alla cementificazione, al disastro del dissesto idrogeologico della regione che ha il più alto indice di consumo di suolo d’Italia, tanto che qualcuno ha proposto per Zaia il “Premio Betoniera”? E, restando a temi legati all’ambiente, cosa dire delle deroghe e liberalizzazioni che hanno permesso, con miopia, lo sbancamento di colline e il taglio di ettari di bosco per far posto alle vigne del prosecco, diventata quasi una monocoltura irrorata a pesticidi (12 kg per ettaro contro la media nazionale italiana di 5 kg) e che stenta a trovare sbocco in un mercato oramai saturo?

Secondo i dati analizzati dall’Università di Padova, al 2018 sono state individuate in regione oltre 400 aziende sotto il controllo della mafia, mentre dai report della Commissione Europea sappiamo che la sola provincia di Treviso evade quanto l’intera Svezia che ha una popolazione undici volte superiore e un Pil che vale venti volte tanto.

Quanto poi alla gestione dell’emergenza Covid-19, il leader maximo dei veneti è riuscito ad intestarsi un successo che è invece ascrivibile alla rete dei medici di famiglia e soprattutto all’équipe dell’Università di Padova guidata dal Prof. Andrea Crisanti, quello che però veniva rimproverato dal potente direttore generale e braccio destro di Zaia, Domenico Mantoan, perché faceva troppi tamponi. Oggi vengono giustamente celebrati i risultati del sistema pubblico integrato ma si omette di dire che Zaia e Mantoan erano i primi a volerlo cambiare tenendo come riferimento il modello lombardo del privato convenzionato.

Certo Zaia ha sicuramente il merito di aver cambiato rapidamente idea, però cosa avremmo detto se fosse stato il Presidente di una regione meridionale, De Luca ad esempio, a far stampare (a mo’ di propaganda a spese del contribuente) una storia a fumetti su un diario scolastico distribuito in tutte le scuole primarie della regione, in cui vengono celebrati i “supereroi” della pandemia e dove compaiono tutti, anche il governatore (mascherato), ma non il Prof. Crisanti che ne avrebbe più merito? E cosa avremmo detto se fosse stato, ad esempio, il pugliese Emiliano e non il Doge a dire dei cinesi che “…li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi o questo genere di cose”? L’associazione tra uomini e topi, oltre che letteraria, è un vizio ricorrente nella storia del razzismo in Italia, non erano infatti i meridionali “topi da derattizzare” per certi ministri leghisti?

La carriera di Zaia, anche da Ministro (quindi di tutti gli italiani), si è sempre caratterizzata per posizioni fieramente ostili ai Terroni che sono “… fannulloni e cialtroni che mangiano tutto quello che il Nord produce. Si oppose e riuscì a boicottare, l’insediamento a Foggia dell’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare proponendo Verona, alla fine andò a Parma e i foggiani rimasero con un palmo di naso; riuscì con la controllata buonitalia.spa del suo Ministero delle Politiche Agricole a promuovere un centinaio di prodotti dell’agroalimentare italiano senza che neanche uno fosse meridionale, solo roba padana e chissenefrega se poi la società fallì in sperperi e malandrinate; ideò, promosse e sovvenzionò anche un panino della McDonald’s, il Mc Italy, confezionato con prodotti provenienti solo dal Nord; Si lamentò delle risorse da destinare a Pompei, un inutilità, “…quattro sassi” disse. E quando la Campania era su tutte le televisioni per l’emergenza rifiuti si precipitò in una campagna per convincere i turisti tedeschi che no! “…il Veneto non è la Campania”, sorvolando sul fatto che molti imprenditori veneti vennero condannati per aver sversato illegalmente rifiuti pericolosi proprio in Campania.

Credo si capisca che se fossi veneto non vorrei essere rappresentato da Zaia. Ma perché i veneti, in così tanti, lo votano? Certamente un po’ è per mancanza di concorrenza. Guardate gli altri, lo copiano, vi sembrano all’altezza? Ma io credo che il motivo principale risieda nel fatto che Zaia riesce a far credere al suo popolo che una soluzione al declino ce l’ha …fottere il Sud e rubargli anche le briciole con l’autonomia differenziata. In fondo, la stessa idea messa in opera dai piemontesi nel 1860 che sull’orlo del fallimento si andarono a prendere tutto il buono del Sud.