Le biglie e il problema dell’anima (di Franco Baldini)

Non basta più neanche lasciare per un po’ lo smartphone lì da parte per essere liberi dalle timeline alle quali la società di oggi, senza pause e senza silenzi, ci condanna. Anche le vacanze non sono mai un vero assentarsi, il ritmo e la velocità costringono a navigare solo le superfici e restano solo brandelli di profondità. Per questo, quando è possibile, è bene prendersi cinque minuti di vacanza vera ed immergersi in racconti come “Le biglie e il problema dell’anima”

LE BIGLIE E IL PROBLEMA DELL’ANIMA

Un racconto di Franco Baldini

Quando ero piccolo c’erano le Biglie. Non che non ce ne sia anche adesso, però adesso sono brutte, tutte di un colore, e non ci gioca più nessuno. Le Biglie di una volta erano di vetro trasparente che lasciava vedere, al centro, una specie di sottilissima girandola colorata dotata di una topologia complessa e misteriosa. Questo era il Bello delle Biglie, e lo si capiva dal caleidoscopio che sprigionavano quando le facevamo rotolare.

Quando ero piccolo c’erano anche i Biglioni: Biglie grosse il quintuplo di quelle normali, enormi, ma con lo stesso cuore sottile, colorato e complicato.

Quando ero piccolo c’era anche l’Anima, almeno così dicevano i preti, i rabbini, i muftì, i monaci buddisti, taoisti, shintoisti, gli sciamani, i pazzi, i drogati, molti professori e – naturalmente tutti i loro seguaci. Insomma, quando ero piccolo la Maggioranza diceva che c’era l’anima, e alla Maggioranza bisogna crederci, perché è Democratica e non dice bugie. D’altronde, a sostenere il contrario erano solo qualche dottore e farmacista, i barbieri e le leggére, che non avevano seguaci.

L’Anima – diceva la Maggioranza – è una cosa immateriale e immortale che sta dentro di te e fa di te quello che sei. Senza, sei una specie di automa o forse solo un mucchio di cacca. Con l’Anima hai il Libero Arbitrio. Senza sei solo un Boh.

Quando ero piccolo ero obbediente, quindi credevo a quello che diceva la Maggioranza, cioè che anch’io, come tutti, avessi un’Anima. Tuttavia la mia Anima era inquieta, perché la Maggioranza non diceva un accidente delle Biglie. Il problema era che io avevo sì un’Anima, ma non avevo Biglie, e la mia Anima soffriva per la loro mancanza.

Tutti i mei amici possedevano Biglie tranne me: mio Papà diceva le Biglie costano, e poi non è un gioco educativo perché è d’azzardo e si comincia con le Biglie e si finisce al Casinò. Nemmeno il Nonno aveva il permesso di comprarmene qualcuna.

Così, tutti i miei amici giocavano a Cicco e Spanna con le Biglie, mentre io potevo solo guardarli. A furia di guardare, dopo un po’ ero diventato un giocatore esperto senza aver mai disputato una partita. Ma la mia Anima bramava così tanto di giocare a Cicco almeno una volta che usò tutte le sue capacità per procurarsi le Biglie necessarie. Tanto fece e tanto brigò che mio cugino di Prima Roberto me ne regalò tre, mio cugino di Seconda Rinaldo due, mio cugino di Seconda Edo – che era molto buono ma ancora troppo piccolo per avere Biglie – ne rubò una al figlio del fattore e me la regalò e – dulcis in fundo – Renato, che non era mio parente ma era più grande e faceva già l’apprendista meccanico e aveva soldi in tasca, mi regalò addirittura un Biglione. Fu un gesto straordinariamente generoso che la mia Anima non ha mai dimenticato. Infine la nonna Maria – dopo lunghe suppliche – mi cucì un sacchetto di tela grigia per metterci le Biglie.

Adesso ero un Bambino Completo: avevo l’Anima e avevo anche le Biglie. Cominciai a frequentare le gare a testa alta. Tuttavia possedevo solo sei Biglie e un Biglione e avevo paura di perderle a Cicco che – come diceva sempre il Papà – è d’azzardo, e se si perde si cede al vincitore la Biglia con cui si ha giocato. Così, dopo aver tanto desiderato giocare, arrivavo lì con il mio sacchetto nuovo ma non giocavo mai. Ero arrivato agli estremi confini della Libera Repubblica di Teoria ma – tra me e il Regno di Pratica – scorreva impetuosa e turbolenta la corrente del Fiume Esperienza. “Il Fiume Esperienza – diceva il Nonno – non ha ponti: se vuoi attraversarlo devi imparare a nuotare.” Mi accorgevo che, pur credendo di saper nuotare, non avevo assolutamente mai nuotato. Ogni volta pensavo di farlo tuttavia, nel momento in cui stavo per decidermi mi sudavano le mani, mi tremavano le ginocchia e mi girava la testa. Così non giocavo.

Ma i miei amici si seccavano, e soprattutto i cugini Roberto, Edo e Rinaldo, per non parlare di Renato che mi aveva regalato il Biglione proprio per vedermi giocare almeno una volta. E dai di qua, e dai di là, finii per tuffarmi nel fiume. Con mia grande sorpresa andò bene: vincevo più che perdere, e il numero delle mie Biglie e Biglioni prese gradatamente ad aumentare. Ero diventato un Bambino Completo E Di Successo: non solo avevo l’Anima e le Biglie, ma ci giocavo anche. Naturalmente, prima di rientrare a casa nascondevo il mio sacchetto in un angolo della legnaia, perché il Papà non doveva saperlo, sennò me lo avrebbe sequestrato.

Tuttavia – come diceva sempre il Nonno – le cose cambiano. E fu così che un giorno, mentre stavamo lì come sempre a giocare a Cicco, il cugino di Seconda Edo – che stava sempre con noi anche se era piccolo perché era buono e ogni tanto ci faceva i servizi – fece La Domanda Fatale che mutò il corso delle cose. E La Domanda Fatale era: “Come son fatte le Biglie?”

Sono spesso tornato con la memoria a quell’attimo, a una strana impressione che ebbi e cui lì per lì non feci molto caso: mentre il piccolo Edo parlava, dentro il suo sguardo innocente mi parve di scorgere un’ombra nera e lustra come un riflesso su un pezzo d’ossidiana, e mi parve d’udire il fruscio delle scaglie d’una serpe che si srotola. Mi venne la pelle d’oca ma passò subito, e pensai che fosse dovuta a uno di quei refoli freddi che traversano la calura agostana come correnti nel mare.

“Come son fatte le Biglie?” La Domanda Fatale ruggì nelle nostre teste come il trattore dello zio Berto e spandendosi nella grande pianura fece scappare i cani, levare in volo gli uccelli, cadere la frutta dagli alberi; spaventò galline, anatre, oche e conigli, fece muggire le mucche e nitrire i cavalli, inacidì il latte nelle bottiglie e diede le convulsioni a Renza La Matta.

“COME SON FATTE LE BIGLIE?”

Fino a quel giorno avevamo creduto che la Conoscenza consistesse solo di Apparenza ed Esperienza, e noi avevamo entrambe: vedevamo e toccavamo le Biglie e sapevamo usarle, e questo era tutto quello che c’era da sapere per giocarci, e noi lo sapevamo. Ma la Domanda Fatale scavava un buco nel cuore stesso della nostra Esperienza rendendo la nostra Conoscenza insufficiente: in realtà, noi giocavamo con qualcosa che non conoscevamo affatto, con oggetti ignoti e misteriosi che avrebbero potuto anche far male come dicevano sempre le nostre mamme: “Se non sai cos’è non toccare, che ti può far male.”

Le Cose che chiamavamo Biglie solo per nascondere la nostra ignoranza ci sfuggirono dalle mani col rumore di uno scroscio di pioggia mentre il cugino Edo incalzava sorridente e speranzoso: “Allora, c’è qualcuno che lo sa?” Edo, o quella Cosa Scura che si nascondeva dentro di lui, aveva riaperto il Cancello, oltre il quale potevamo già scorgere l’Antico Albero Proibito. Ma, allora, non avevamo alcuna idea di aver appena incontrato la Scienza.

Tutti guardarono me, perfino il cugino Roberto, che si metteva sempre in concorrenza perché voleva essere quello che ne sa di più, e io guardai a terra fingendo di riflettere, perché non avevo la Risposta. Rovistai frenetico nella mia mente trovando solo due cose: il Vetro e la Girandola. Sperando che bastasse a colmare la voragine che stava inghiottendo tutto il nostro mondo dissi: “Fanno una Girandola di plastica colorata, come quelle che vendono sulla fiera, però piccolina, e poi la mettono dentro in una pallina di vetro: le Biglie si fanno così.”

Il cugino Edo disse: “Beeello!”, ma la Cosa Scura era ormai passata a Roberto che naturalmente disse: “Non ci credo!” “Perchè?” domandai. “Come fai a saperlo?” incalzò. A quel punto, quel che volevo davvero fare era andare a casa dal Nonno, ma non potevo assolutamente ritirarmi a quel modo, quindi dissi la frase che mi perdette: “Basta guardarci dentro. Se la Girandolina c’è, salta fuori.” “Prova”, mi sfidò. E io provai: non lo sapevo ancora, ma mi stavo accingendo a compiere il mio primo Esperimento Scientifico.

Prima cercammo un sasso tutto piatto, e poi un altro tondeggiante ma un po’ piatto da una parte, sistemammo il primo nella polvere della strada calcandolo bene coi piedi perchè fosse il più possibile stabile e orizzontale, poi mi ci misi in ginocchio davanti mentre gli altri facevano cerchio intorno in un silenzio riverente: stavo per rompere una delle mie Biglie in nome della Conoscenza e della Stabilità del Mondo. Tutti, compreso il cugino Roberto, sapevano che ero un Eroe.

Il primo colpo fu timido e scheggiò soltanto la superficie della Biglia: avevo paura di farle male. Intorno a me si levò un brontolio d’insoddisfazione e questa volta pestai forte sentendola andare in pezzi sotto il sasso. La mano mi si paralizzò e il braccio divenne di piombo: ad alzarlo proprio non ce la facevo. Ma mi incalzarono: “Allora? Dai, dai!” Tra i miseri frammenti della mia Biglia distrutta non c’era nessuna Girandolina Colorata. Ma, se non c’era nessuna Girandola, allora com’eran fatte le Biglie? Non riuscivo a trovare altra risposta.

“Hai visto? Te l’avevo detto!” cercò di trionfare Roberto, ma a quel punto la Cosa Scura era ormai entrata in me e ribattei tranquillo: “L’ho rotta male e la Girandola s’è rotta con la Biglia, per questo non si vede.” Cercammo un sasso più adatto e poi via, una Biglia dopo l’altra, in modo sempre diverso, nello sforzo di romperle salvando la Girandolina. In capo a un’ora non avevo più Biglie e non avevo trovato Girandole. Tutti ormai, compresi il cugino Roberto e me stesso, sapevamo che ero un Coglione che aveva distrutto tutte le sue Biglie per Niente.

Naturalmente, non giocai più a Biglie, nemmeno dopo che il Nonno mi ebbe spiegato come si colori il vetro della Biglia e come il colore si perda rompendola.

“Ma insomma Nonno – domandai – la Girandola c’è o non c’è?” “Certo che c’è”, rispose. “Ma allora perché non salta fuori quando la rompo?” Lui tirò una grossa boccata dal Toscano e aggiunse: “È una particolare interazione tra delle sostanze colorate e la pasta del vetro a rendere visibile la Forma della Girandolina, e una Forma è una cosa complicata che è manifestata dall’insieme di molte altre cose, infatti diventa sensibile solo se molte altre cose stanno insieme nel giusto modo; se invece queste cose non stanno più insieme non la puoi più percepire ed ecco perché, quando rompi la Biglia, la Girandolina scompare.”

“Ma quando scompare dove va, insomma, c’è ancora o no?” Il Nonno sorrise socchiudendo gli occhi: “Oooh, per esserci c’è ancora, eccome! È solo diventata invisibile, che vuol dire che è fuori dalla portata del tuo Occhio: in effetti, se tu potessi ricomporre la Biglia rotta la vedresti di nuovo, proprio come la vedi quando la Biglia la fabbrichi.” “Ma non è solo Apparenza?”, insistetti. “Ah no! – esclamò il Nonno alzandosi in piedi di scatto con gli occhi accesi – Non capisci che se la Forma fosse solo Apparenza, l’Universo intero sarebbe Menzogna?”

Così, quando mi capitò di leggere che certi Scienziati avevano cercato l’Anima sezionando il Corpo e, non avendola trovata, avevano concluso che non esiste, mi limitai a constatare che ero stato davvero fortunato ad aver conosciuto il Nonno.