Non fate caciara, ristrutturatela!

Caciara sulla Montagna dei Fiori (foto Marramà, 1925)

In famiglia non si usava, ma quando andai alle medie la sentii per la prima volta dalla nuova professoressa di francese: “non fate caciara” e anche “ma che cos’è ‘sta caciara?” e a Verrillo che stava nel banco dietro di me gli toccava “…sei proprio un caciarone!”, non lo era in realtà.

Da dove venisse questa parola non me lo chiesi allora e neanche in seguito, come in genere non viene da domandarselo con tutte quelle cose che vanno sedimentandosi e che alla fine mettono radici. Poi capita che casualmente, a distanza di decenni, rivedi Verrillo e ti dice che la Caciara non è solo chiasso e confusione ma è in origine un manufatto, una capanna di pietra a secco (una sorta di capanna a Tholos) facilmente rintracciabile sulle strade della transumanza che hanno legato nei secoli l’Abruzzo e il Molise alla Puglia.

La testimonianza di questo legame e di quanta cultura ha camminato per questi tracciati (che qui sono tratturi) è evidente anche nella struttura e nella sagoma delle caciare che sono molto simili ai trulli delle pianure pugliesi pur trovandosi, perlopiù, sui monti abruzzesi e molisani (ma anche marchigiani).

La tecnica utilizzata permetteva ai pastori di realizzarle senza dover utilizzare particolari attrezzature né tantomeno malte o altro aggregante, si procedeva verso l’alto sovrapponendo cerchi concentrici di pietre dal diametro sempre decrescente. I pastori, e a volte anche i contadini, le usavano come spartano ricovero personale o come deposito di piccoli attrezzi da lavoro, però il nome deriva dalla lavorazione e dalla conservazione temporanea dei formaggi che vi veniva praticata.

Pare che il temine caciara, per come inteso dalla mia ex professoressa di francese, derivi dai litigi che accendevano gli animi dei pastori quando occorreva stabilire i diritti di proprietà degli attrezzi e dei formaggi custoditi in questi capanni. Spazi comuni, molti dei quali, una cinquantina, sono presenti nell’area del comune di Valle Castellana (TE) e che da circa un ventennio, dopo anni di sostanziale abbandono, vengono sempre più spesso ristrutturate e fatte oggetto di progetti di valorizzazione, segnali importanti verso il recupero e la cura della nostra memoria.