La politica dis-fatta col bonus

A guardare i dati economici e comparando quelli italiani con i numeri del resto d’Europa, possiamo affermare con certezza che l’Italia ha il fiatone, grosso! E non è per una corsa verso qualcosa di desiderabile, verso un pur minimo traguardo, ma piuttosto per aver passato troppo tempo sul divano, sdraiata, a patatine e ketchup senza orizzonti lunghi.

Negli ultimi vent’anni mentre gli altri Paesi europei reggevano alla crisi, sommando poco alla volta decimali di crescita, l’azione politica italiana (di qualsiasi colore) ha vivacchiato senza mai veramente affrontare le cause strutturali di un declino le cui conseguenze sono fotografate eloquentemente in questo grafico di un’indagine economica dell’Ocse:

Vi si può leggere che il Pil reale pro capite italiano non è neanche allo stesso livello del 2000, e che il confronto con gli altri è sconfortante se persino la Grecia riesce, nonostante la Troika, a fare meglio. Eppure la strada dovremmo conoscerla, oramai è da tanto tempo che ci viene raccomandato, in maniera più o meno accorata, in tutte le Istituzioni europee, in ogni Organismo internazionale, da qualsiasi Gruppo di lavoro, di sbrigarsi a ridurre le forti disuguaglianze, generazionali, di genere e innanzitutto territoriali.

Occorrerebbe un cambio di strategia che includa l’importanza degli investimenti in infrastrutture al Sud e in quei territori messi al margine; un radicale ripensamento delle politiche legate al welfare in Italia troppo sbilanciato in favore delle sole pensioni e inefficace a sostenere i più fragili; ripristinare livelli decenti nella consistenza del personale della pubblica amministrazione, troppo contrattasi negli ultimi vent’anni, ringiovanendola; puntare in maniera decisa su istruzione, sanità e trasporti rendendone uniforme su tutto il territorio i servizi.

Purtroppo però, al posto di un pensiero lungo, la politica sembra invece preoccupata solo del domani più prossimo e resta, presidiando il posto sul divano, a scegliere coi tasti del telecomando quale bonus varare per l’indomani.

Dopo la stagione dei bonus per la rottamazione delle auto, sono arrivati quelli per l’efficientamento energetico degli edifici, poi gli incentivi per le auto elettriche, gli (ex) 80 euro, gli ecobonus, i superbonus al 110% per le ristrutturazioni, quelli per i neomaggiorenni, per i docenti, per le facciate, per le mamme, per le bici, le vacanze, la cultura, i bebè, le baby-sitter, i centri estivi, il bonus nido, quello per i nonni …si potrebbe continuare a lungo.

L’Italia è in assoluto il Paese che utilizza più di ogni altro lo strumento dei bonus, certamente di più immediata erogazione rispetto all’alternativa di organizzare i servizi. Così come più è facile distribuire i bonus bebè rispetto alla realizzazione di asili nido su tutto il territorio. Ma si tratta di una dichiarazione di resa da parte dello Stato, che non riuscendo ad erogare un servizio degno di un paese europeo, risarcisce col voucher i cittadini e rinuncia a svolgere i suoi compiti d’indirizzo verso modelli sociali sostenibili. Si sceglie la via più facile (mostrando all’elettore immaturo di portare a casa qualcosa per capitalizzarne il consenso) nonostante sia ampiamente dimostrato che i semplici trasferimenti monetari producono risultati molto modesti se messi in comparazione a quanto potrebbe derivare da azioni più organiche (con gli asili nido, ad esempio, si inciderebbe maggiormente sull’aumento delle nascite, sulle possibilità lavorative delle mamme, sullo sviluppo educativo dei bambini). Nonostante sia evidente che queste gratifiche finiscano per creare nuove ingiustizie sociali ogni volta, come spesso accade, che un benestante ne usufruisce e un bisognoso per vari motivi non ci riesce. Nonostante questi strumenti risultino troppo di frequente uno spreco di denaro pubblico con effetti distorsivi che operano al contrario dell’auspicabile. Occasioni (volontariamente) mancate che lasciano inalterate (e qualche volta ampliate) disuguaglianze e divari tra giovani e vecchi, tra donne e uomini, tra Nord e Sud.