La Catalanesca, un vino vulcanico.

Sono in molti, in verità quasi tutti, quelli che parlando di Catalanesca attribuiscono al vitigno sei secoli di storia autoctona aggrappata alle falde del Vesuvio. In virtù del nome è in effetti istintivo datare al 1443, l’ingresso trionfale in Napoli di Alfonso I d’Aragona, la messa a dimora dei primi tralci. La verità più probabile al riguardo potrebbe essere però un’altra, ed ancora più antica: è infatti accertato che nel XV secolo le fertilissime campagne attorno a Napoli ospitavano un grandissimo numero di varietà di uve, tanto da vino che da tavola e verosimilmente la Catalanesca, che per molti è Catranesca, c’era già al tempo dei romani. E a dirla tutta, in Catalogna non c’è traccia di una varietà di uva che assomigli a quella messa a dimora nelle campagne da San Sebastiano al Vesuvio a Terzigno, tra crisommole, cerase e pomodorini col pizzo per il piennolo, al riparo del Monte Somma.

È uva tardiva la Catalanesca, si raccoglie fino a novembre, ed è consuetudine domestica lasciare qualche grappolo, tra quelli più belli, sulla pianta addirittura fino a dicembre per poterne godere la freschezza (senza utilizzare frigoriferi né prodotti chimici) alle tavole natalizie. Per le sue caratteristiche è sempre stata un’uva che i saggi contadini locali vinificavano, ma potevano farlo esclusivamente nel ristretto ambito familiare e delle relazioni più prossime, perché nei registri ampelografici nazionali era catalogata solo come uva da tavola e non era consentito trasformarla in vino. Da questo, e dall’aggressività del marketing industriale degli anni ’80, un lento declino quale preludio d’una sostanziale scomparsa.

Grazie però alla tenacia di molte associazioni sul territorio, al coraggio dei migliori vinificatori e ancor di più alle ricerche portate avanti da Michele Manzo e Luigi Moio, uno dei più autorevoli esperti del settore enologico internazionale, nel 2006 la Catalanesca è stata ufficialmente registrata tra le uve da vino e dal 2011 può essere commercializzata con la denominazione “Catalanesca del Monte Somma IGT”.

Da allora il percorso, pur restando intimo e di nicchia, è tutto nella vulcanica affermazione anche internazionale, tanto del bianco secco quanto del passito, che in un bicchiere sono in grado di rappresentare la sintesi dei profumi del meraviglioso territorio vesuviano, che pare l’odore del mondo intero.