Le Ciampate del Diavolo

Chi altro, se non un diavolo, ha potuto lasciare traccia della sua camminata sulla lava ancora incandescente? Chi altro, se non una creatura demoniaca, in terra di Janare e Mazzamaurielli, ha potuto popolare l’immaginario della gente di Tora e Piccilli (CE) di fronte a quelle orme misteriose? E così per un paio di secoli, confinate nell’angusto vissuto della comunità locale, le Ciampate del Diavolo hanno nutrito rielaborazioni in successione di una letteratura, perlopiù orale, del genere fantasy. L’Ambientazione è del resto di quelle magiche come sanno essere le atmosfere dei boschi di querce e di castagni alle pendici del vulcano spento di Roccamonfina, un contesto di grande valore ambientale che, tra la piccola chiesa medievale di Sant’Andrea, i resti di un settecentesco mulino e un antico lavatoio di località Foresta, si fa finanche incanto.

Poi l’intuizione dei Dott. Adolfo Panarello e Dott. Marco De Angelis, tra loro amici, che nell’estate del 2001 decidono, sfidando gli spiriti maligni, di andare oltre la leggenda e studiare le impronte per arrivare a una spiegazione scientifica. I ripetuti sopralluoghi che in seguito coinvolsero il Prof. Paolo Mietto dell’Università di Padova, uno dei massimi esperti internazionali di paleoicnologia, ed altri studiosi come il Dott. Marco Avanzini e il Prof. Giuseppe Rolandi, portarono a una scoperta d’importanza straordinaria in quanto nulla di simile era conosciuto al mondo.

Lo annunciarono nel 2003 dalle pagine di “Nature”, la più prestigiosa rivista scientifica del mondo, il cui articolo “Human footprints in Pleistocene volcanic ash”,

fece il giro della terra in poche ore e portò in provincia di Caserta giornalisti e network televisivi da ogni parte del globo.

Le Ciampate del Diavolo impresse in un lastrone di tufo leucitico bruno, che in una prima fase di studio consistevano in 56 orme organizzate in tre successioni di passi e datate radiometricamente all’incirca a 350.000 anni fa, appartengono a tre individui di Homo heidelbergensis, progenitore del Neanderthal, che scesero lungo il fianco della montagna qualche settimana dopo un’eruzione che demolì parzialmente il vulcano.

Probabile che un vento secco abbia asciugato velocemente il terreno così da preservare nel tempo le impronte. Altrettanto probabile, in considerazione dei successivi rinvenimenti di ulteriori tracce di antichi percorsi di ominidi, che si tratti di una comunità che abitasse stabilmente il territorio, fino a Marzano Appio nella frazione Carangi.

Visitare il sito significa percorrere un sentiero in discesa avvolto dalla vegetazione, progressivamente più umido e fresco, fino ad arrivare in una radura che custodisce la testimonianza di quei primi uomini, le prime impronte della storia dell’umanità, con la sensazione di aver varcato una porta spazio-temporale. Meglio farlo con scarpe comode da ginnastica, avvertono quelli dell’Associazione culturale “Orme”, veri angeli custodi del sito, ai quali è necessario rivolgersi per prenotare una visita e riuscire a godere, oltre che della loro non comune amabilità, dei loro curati ed avvincenti racconti.