Il turismo del futuro a partire dalle aree interne del Sud

Anche se il protrarsi del distanziamento sociale ci fa desiderare un ritorno alla normalità, credo che dovremmo provare a scalfire almeno un po’ la superfice per constatare che “la normalità di prima” non era per niente normale. Troppa polvere nascosta sotto il tappeto, troppo occupati a correre veloci per percepire la strada e comprendere che la direzione portava al burrone.

L’esperienza però insegna che ai periodi di grave crisi, come ad esempio le guerre, la volontà degli uomini ha fatto spesso seguire periodi di buona ricostruzione. È stato così che i Paesi di un Europa uscita a pezzi dal secondo conflitto mondiale, seppero elaborare il lutto, inventandosi la Comunità europea e un lessico migliore di quello dei nazismi e dei fascismi.

Le cronache di questi giorni ci documentano, meglio di quanto non fanno le statistiche, le falle del “sistema Italia” che in questi anni si è sempre più basato su elaborazioni miopi ed egoiste, un percorso breve che lascia indietro troppo “scarto” e conduce, già lo si intravede, al fallimento.

Altro che tempo passivo, questo delle quarantene! È invece il momento migliore, dopo le disastrose e frettolose strategie di comunicazione che invitavano a tenere tutto aperto (che Milano mica si ferma), per mettere in pratica soluzioni differenti da quelle che abbiamo messo in atto finora perché, Darwin insegna, “non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”. Occorre quindi saper prevedere quale sarà il contesto futuro.

Da quello che emerge da alcune analisi si apprende che al termine dell’emergenza sanitaria una delle priorità che avranno le persone (l’83%) sarà quella di fare una vacanza. Lo faranno con meno risorse disponibili, tenderanno ad evitare le situazioni di affollamento, viaggeranno individualmente o con la sola famiglia.

Crolleranno i viaggi da e per l’estero e si affermeranno la Staycation, ovvero quei viaggi di breve-medio raggio o nei dintorni della propria residenza, e l’Undertourism, cioè il turismo slow che privilegerà i luoghi meno noti ed affollati e le attività all’aria aperta. Non può che significare che il modello turistico italiano ha bisogno di essere ricomposto attorno a una strategia nuova, di medio e lungo respiro, un piano che punti ad ampliare le potenzialità, troppo a lungo trascurate, del patrimonio paesistico dell’entroterra. In particolare quello meno esplorato, ma con maggiori margini di sviluppo, rappresentato dal Sud minore.

Dal Rapporto 2018 di Banca d’Italia sul turismo sappiamo che il Mezzogiorno riesce ad intercettare una percentuale molto bassa di visitatori (15% quelli stranieri), perlopiù concernenti il turismo balneare del periodo estivo. Eppure è proprio al Sud che si trovano i tre quarti del territorio appartenente a Parchi nazionali, più della metà dei siti archeologici, oltre 1.200 musei e il 78% delle coste italiane.

Lo so che in Italia è sempre stato “prima il Nord”, ma in prospettiva stavolta bisognerebbe proprio partire da Sud, per avviare un piano di infrastrutturazione delle aree interne relativo al turismo, capace di trainare anche altri comparti: reti di percorsi interpoderali; piste ciclabili da inserire nei percorsi Euro Velo; fondi per il recupero dei piccoli centri storici; valorizzazione del patrimonio museale; supporto alle piccole produzioni agroalimentari d’eccellenza; sostegno alle nuove microstrutture ricettive; interventi per contenere il rischio idrogeologico. La lista potrebbe essere interminabile ma certamente sarebbero tasselli di un percorso valido nell’immediato e ancor più lungimirante se traguardiamo quello che del turismo, e del nostro buon vivere, sarà.