Quando tutto sarà andato

È comprensibile, nei momenti d’inquietudine, la tensione di ciascuno a voler piegare la realtà al desiderio. È solo questa la ragione per la quale sono da scagionare, o quantomeno da perdonare, gli autori dei cartelloni con l’arcobaleno e lo slogan “Andrà tutto bene”, soprattutto se si tratta di bambini. In realtà proprio tutto bene non potrà essere andato se ad oggi le vittime possiamo già contarle a migliaia, se già s’intuisce che molte piccole imprese non riusciranno a reggere, se ci ritroveremo in un’Europa che a livello mondiale conterà di meno e se forse il negozietto sotto casa alla fine dovrà restare chiuso.

Ci spero, ma dubito, anche della nostra capacità di saper essere consequenziali, che saremo in sostanza capaci di fare tesoro dell’esperienza. Dovremmo ripensare un bel po’ di cose, buttare giù qualche muro fortificato da tanta retorica e riprendere la cazzuola e il frattazzo per costruircela meglio questa casa comune.

Dovremmo ad esempio ripensare profondamente il nostro sistema penitenziario col più alto tasso di sovraffollamento dell’area europea e che sembra aver rinunciato quasi del tutto alla funzione riabilitativa delle pene, privandosi preventivamente di potenziali energie. Dovremmo reinventare il sistema scolastico che riesce a dare continuità con la didattica digitale solo grazie al fai da te e all’improvvisazione dei docenti spesso privati di percorsi formativi. Ma soprattutto, quando tutto sarà terminato, la speranza è che a nessuno venga in mente di far finta di niente e continuare con questo sistema sanitario.

Non ci serviva il Coronavirus a spiegarlo, già lo sapevamo che la spesa sanitaria pro capite in Italia è di 1.800 euro a fronte di 2.800 della media UE a 15. Già sapevamo che quei 1.800 sono una media come quella del pollo di Trilussa: 1.600 al Sud e 2.000 al Nord. Già sapevamo che i posti letto in degenza ordinaria sono 3,37 per 1.000 abitanti nel Centro-Nord e 2,82 nel Mezzogiorno e non ignoravamo neanche che negli ultimi anni al Sud sono stati chiusi 42 piccoli centri ospedalieri per far stare i numeri dentro le tabelle che vogliono i manager. Tabelle pochissimo chiare quando si tratta, ad esempio, delle rendicontazioni dei costi della cosiddetta “migrazione sanitaria” che costringono tutte le regioni meridionali a pagare bollette salatissime sulle quali esistono forti dubbi di trasparenza.

I meridionali lo sapevano già di valere, in questo sistema, meno degli altri italiani, e sperimentavano già da tempo quanto tutto questo fosse profondamente ingiusto. Ma forse, quando sarà passata la buriana anche i settentrionali scopriranno che una sanità pubblica in così forte disequilibrio e in mano a venti litigiosi e megalomani “governatori” non è solo ingiusto per i Terroni (e fin lì…) ma addirittura pericolosa per loro stessi.

PS: ho collaborato anch’io al cartellone che pure hanno fatto le mie figlie.