Principesse, brigantesse

All’8 marzo 2020 le giovani donne del sud arrivano malconce, assommano in sé tre categorie (giovani, donne e sud) che da sempre, e più intensamente nei periodi di crisi, questo paese chiama con la sua “distrazione” a pagare il prezzo più alto. Ben vengano le mimose da contrapporre agli spacciatori, maschi, che esercitano il potere di prescegliere le principesse della politica, dello spettacolo, del pettegolezzo. Le nostre donne sono chiamate a vestire i panni delle brigantesse, non già “donne del brigante” e neppure “drude o ganze”, come venivano rappresentate dalla stampa del nord impegnata nell’opera di deumanizzazione delle nemiche. Infarcirono falsi reportage di pruriginosi aneddoti così da sminuire (giustificare) le atrocità che si commettevano, per gli occhi di un pubblico di voyeur in formazione (allora come ora). Delle brigantesse restano oggi soltanto le poche foto che le ritraevano armi in pugno e quelle che venivano scattate dopo la cattura e talora la morte; è il caso di Michelina De Cesare, tra le celebri quella a noi più vicina, di Caspoli frazione di Mignano Monte Lungo. Nata poverissima, fin da bambina dovette arrangiarsi con piccoli furti nei campi; sposa a vent’anni e vedova a ventuno, poi la macchia. Non prima di rendersi conto che la libertà dei liberatori passava per il mirino dei fucili e la punta delle baionette; non prima d’aver visto la faccia feroce di conquistatori che col terrore intendevano piegare un popolo all’obbedienza assoluta per derubarlo, finanche moralmente, di tutto quello che aveva. Seguì Francesco Guerra, ex soldato borbonico renitente alla leva indetta dal nuovo Stato, e si aggregò alla banda di Rafaniello che guidò con indubitato ascendente. Dovettero darle la caccia per oltre sei anni prima di fermarla e prima di straziarne il corpo “trascinato con estremo dileggio, a torso nudo, attaccata per i piedi a un carretto da Monte Morrone fino a Mignano per ludibrio delle genti”. Erano quelli che si vantavano di portare la civiltà nel Sud.

Michelina e le altre, nell’Italia di centocinquanta anni fa non trovarono altro modo che ribellarsi per difendere palmo a palmo case, terra e famiglie, per resistere a una cultura e a un popolo stranieri; è ragionevole supporre che nell’Italia di oggi, mimose in pugno, si sentirebbero assediate da una classe dirigente che non può rappresentarle, …non vuole!