L’in-sostenibile leggerezza della “Fast Fashion”

La relazione tra l’insorgenza di emergenze sanitarie come quella del Coronavirus e il nostro modello di sviluppo, oltre che dalla consultazione di autorevoli studi scientifici, dovrebbe essere evidente anche solo seguendo i reportage che negli ultimi anni hanno voluto sensibilizzare la pubblica opinione sulla necessità di ridurre l’impronta ecologica dell’umanità sul pianeta. L’allevamento intensivo, i cambiamenti climatici, la riduzione delle foreste, il consumo di suolo, sono stati gli argomenti più gettonati. Sono i temi che hanno favorito il diffondersi di una nuova sensibilità green, preoccupata e avvilita di fronte all’indifferenza con la quale si continuano a tenere chiusi tutti e due gli occhi.

Ma operare in direzione di uno sviluppo sostenibile non è un’esclusiva dei Padroni della terra, a volte può essere anche riuscire a contenere una certa propensione al consumo, che purtroppo permea un po’ tutti noi, e che ha un prezzo assai salato da pagare.

Non sembra essere noto a tanti ad esempio che, dopo quella del petrolio, l’industria maggiormente responsabile dell’inquinamento del pianeta, è quella in capo al settore tessile e al mondo della moda, al quale è ascrivibile la colpa del 10% delle emissioni di gas serra.

Ad inquinare non è solo il processo di produzione degli abiti. Conseguenze estremamente rilevanti derivano anche da una sproporzionata eccedenza di produzione, diventata il fondamento della strategia di marketing di moltissime aziende. È il cosiddetto sistema fast fashion, un insieme di pratiche commerciali che stimolano acquisti compulsivi di capi a basso costo, messo in pratica, ad esempio, da marchi come H&M, Zara e Nike che producono molto più di quanto siano in grado di vendere. Non attendono più le classiche stagioni per lanciare una nuova linea, restringono piuttosto i tempi ed aggiornano anche quindicinalmente le collezioni nei punti vendita, generando un volume di scarto in-sostenibile.

Il settore del lusso, d’altro canto, non è immune da responsabilità. Con differente strategia, per questioni d’immagine da preservare al vertice dei desideri, il colosso svizzero Richemont, secondo il The Guardian, ha distrutto, in due anni, orologi per un valore di 500 milioni di euro, e Burberry, nel solo 2018, ha incenerito abiti per 32 milioni di euro.

Oltre che irrispettoso verso il lavoro che c’è dietro quei manufatti, simili modelli di produzione dovrebbero interrogare le intelligenze di ognuno, sia rispetto alle scelte ecologiche che tanti giovani, insieme a Greta, ci esortano a percorrere, sia rispetto allo sfruttamento di manodopera dei paesi in via di sviluppo che troppo spesso è sotteso a tali pratiche industriali.

Prima o poi, forse alla vigilia d’una catastrofe, dovrà imboccarsi una strada differente e si dovrà fare di necessità virtù, prestando maggiore attenzione all’ambiente e agli ambiti sociali interessati. Nel frattempo però, lo possiamo fare, consumiamo meno.