Carissime cucurbitacee

L’idea di legare i salari al costo della vita è un’idea vecchia e sperimentata, le gabbie salariali che erano in vigore fino al 1969 produssero retribuzioni con differenze che vedevano penalizzati i lavoratori meridionali fino al 30% in meno rispetto a quelli del Nord. Abolendole si ritenne giusto che un insegnante di un quartiere come Scampia con infrastrutture carenti e in un ambiente difficile, non dovesse essere ulteriormente penalizzato solo perché paga il caffè e le zucchine meno che a Busto Arsizio.

Ma una vasta compagnia di politici e di opinion maker, non solo padani, che scorrazzano in TV, non contenti di veder beneficiare il Nord di migliori servizi pubblici, di maggiori opportunità lavorative, di un livello salariale superiore, amano ciclicamente rispolverare la questione, e sostengono l’intollerabilità del “privilegio” dei Terroni di avvantaggiarsi per via di un costo della vita più contenuto. Sostengono che al Sud i salari dovrebbero scendere per riallinearsi al livello dei prezzi.

A dargli manforte (incuranti del fatto che i livelli salariali al Sud sono già inferiori del 15-20% rispetto al Nord) sono gli studi statistici dell’ISTAT, le pubblicazioni della Banca d’Italia e le elaborazioni dei vari quotidiani (primo fra tutti il Sole 24 ore), che rimbalzando di bocca in bocca, assumono il valore di verità assoluta, indiscutibile, lapalissiana, tanto che anche da Sud pervengono poche obiezioni.

Volendo approfondire un po’ la questione ci si accorgerebbe però che vivere al Sud non è così economicamente conveniente come si ama far credere, tanto è vero che non si registrano flussi apprezzabili di lavoratori padani in direzione Caserta, Brindisi o Messina, semmai il contrario.

Infatti, per calcolare il costo della vita nelle varie zone d’Italia, l’ISTAT utilizza un metodo assai discutibile: non compara i prezzi di prodotti tra loro identici, ma raffronta i prodotti che nei vari territori sono più acquistati. Ad esempio se a Milano la marca di pasta più acquistata è una di quelle più costose, questa sarà commisurata a quella più acquistata a Foggia che, per via di una minore floridezza del territorio, più facilmente sarà una di quelle più a buon mercato. Ne risulterà che a Foggia la vita è meno cara che a Milano, nonostante i prezzi della pasta nelle due città siano uguali.

Un metodo non solo errato, quanto piuttosto truffaldino, anzi pare proprio essere stato scelto deliberatamente per poter dimostrare l’indimostrabile.

D’altro canto una recente indagine di Altroconsumo dimostra che nelle regioni meridionali i prezzi dei beni alimentari sono più alti della media nazionale, per la semplice ragione che la maggior parte dei prodotti che i meridionali trovano sugli scaffali dei supermercati provengono dalle aziende del Nord. Di conseguenza sul prezzo finale occorre aggiungere anche quello del trasporto.

Se si riuscisse ad essere un po’ più onesti utilizzando un mazzo di carte non truccato, ci si accorgerebbe che (caffè e zucchine a parte) i generi alimentari; le utenze domestiche; i prezzi delle assicurazioni delle auto; le imposte addizionali sulla benzina; la tassa per lo smaltimento rifiuti; le tariffe dei mezzi pubblici; i costi che una famiglia deve affrontare alla nascita di un figlio; il costo dei servizi e degli interessi bancari; l’accensione di un mutuo; le spese che si sostengono per il “turismo” sanitario e quelle per la carenza di asili nido; sono tutte cose che a Sud costano vergognosamente di più. Non sarebbe difficile accorgersi che il potere d’acquisto dei meridionali è inferiore a quello dei settentrionali …che però pagano più care le cucurbitaceae e per queste ci vorrebbero rifilare il solito bidone.