La “città fantasma” alle pendici del Sambùcaro

Fino al 1943, in pieno tempo di guerra, la maggior parte dei 1.600 abitanti di San Pietro Infine (CE) viveva arroccato alle pendici del Sambùcaro in un abitato tessuto da vicoli, viuzze e scalinate che inerpicandosi tenevano assieme le case alle botteghe e le persone al lavoro dei campi.

In seguito alla comunicazione ufficiale dell’Armistizio dell’8 settembre che cambiò gli equilibri del conflitto, il posto diventò strategico, caposaldo della Linea Reinhard che i tedeschi costituirono allo scopo di rallentare l’avanzata degli Alleati. La vita del borgo venne stravolta e agli abitanti vennero imposte regole dispotiche e la collaborazione nei lavori che trasformarono il paese in una piazzaforte. Ma quando venne dato l’ordine di evacuare il paese, per non essere deportati in località più lontane, molti Sanpietresi fuggirono senza andare troppo in là e popolarono le “grotte della valle” scavandone altre adiacenti, ampliandole e mettendole in comunicazione tra loro per scongiurare il pericolo di restare bloccati dagli effetti di un qualche lancio di artiglieria. E quando a termine conflitto si ritrovarono con il paese completamente raso al suolo dai bombardamenti alleati che espugnarono la Reinhard e nell’impossibilità evidente di ricostruirlo dove e com’era, decisero di ricomporlo poco più a valle, quasi a testimoniare la fermezza a non voler recidere il filo della memoria di quello che era stato.

È così che l’antico borgo di rovine è diventato, senza intenzione, spontaneamente, un monumento annodato intimamente al suo popolo. Un legame a cui ha voluto rendere omaggio anche un maestro del cinema hollywoodiano come John Huston il quale ne ricavò nel 1945 un documentario, The battle of San Pietro”, talmente realistico e impressionante che in un primo momento ne fu vietata la diffusione. Mario Monicelli invece, nel 1959, ci girò alcune scene di “La grande guerra”, uno dei capolavori della storia del cinema italiano con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Ma per tanti abitanti non era tempo di cinema, gli anni del dopoguerra furono anni di privazione e di dolore giacché le speranze alimentate dalla conclusione del conflitto vennero presto spazzate via dalla delusione di non poterle veder esaudite, e così si risolsero a partire. Lo fecero particolarmente verso il Canada dove, a Montreal, esiste una comunità di Sanpietresi molto numerosa e, a giudicare dall’attività sul sito www.sanpietresiallestero.com, ancora strettamente legata al paese d’origine.

Senza che avesse una riconosciuta funzione, il borgo antico ha assistito a questa emorragia standosene cristallizzato per decenni, sempre sul punto di veder soccombere i manufatti dell’uomo al trionfo della natura, fino a quando è iniziato l’iter che ha dato corso a un bel progetto delle Officine Rambaldi con il quale si sono potuti sapientemente recuperare alcuni edifici che dal 2008 ospitano un albergo, il Centro Visite e un Museo nel quale viene proposto un percorso multimediale negli ambienti di un antico frantoio, attraverso interessantissimi allestimenti che culminano con la proiezione di un estratto del documentario di Huston. Nello stesso anno le rovine di San Pietro sono state riconosciute quale Monumento Nazionale e sono diventate il “Parco della memoria storica”, una vera e propria “città fantasma” che conserva ancora l’impianto urbanistico medievale, con le sue chiese, i pontili, le mura di cinta, i frantoi e innanzitutto le abitazioni nelle quali è possibile scorgere la quotidianità della gente del ‘43 attorno alle cucine e ai caminetti. Un borgo capace di affascinare, oggi frequentato da un turismo non consumistico, ma animato piuttosto da una filosofia di viaggio alla ricerca della qualità, della lentezza e dell’esperienza. Un luogo del passato che, accudito, sta manifestando una nuova “necessità identitaria”, rivelatrice dei sentimenti del presente.