Dalla terra alla terra (Pasqualino Vito)

I grandi avvenimenti storici, quelli capaci di dare svolte improvvise alle vite degli uomini, hanno l’abitudine di farsi memoria collettiva attraverso il racconto di episodi esemplari e la rappresentazione eroica dei protagonisti. Così avviene in genere per le guerre, la cui narrazione trascura spesso quello che invece sopravvive nella, più intima, tradizione orale del ricordo familiare.

Frequentando i caminetti delle cucine domestiche potrebbero essere infatti raccolte testimonianze inedite, anche minime, marginali, ma certamente in più stretta relazione con il vissuto di chi alla storia in genere soggiace, e con le consuetudini delle antiche organizzazioni sociali.

Di questi racconti, con il suo Dalla terra alla terra”, Pasqualino Vito ha voluto salvarne un frammento, ed ha dato corpo letterario a una vicenda legata a due suoi prozii, Francesco ed Emilio, morti nelle fasi terminali della prima guerra mondiale. Quella guerra che strappò alle loro famiglie e alla loro terra quasi 6 milioni di ragazzi italiani.

Grazie alla particolare sensibilità emotiva che l’autore mostra di avere per il contesto che descrive e all’attitudine per il minuzioso rendiconto dei particolari, le pagine di questo breve racconto riescono a restituire con chiarezza le dinamiche e le consuetudini del tempo, facendosi preziosa testimonianza capace di dare profondità e crinare l’ovattata narrazione ufficiale. Rappresenta dunque una ottima notizia l’adozione di questo testo da parte di alcune scuole del territorio, i cui studenti avranno una ulteriore lente per guardare a un conflitto passato alla storia con la definizione che ne diede il Papa Benedetto XV: una inutile strage” costata all’Italia, volendo considerare quelli che oggi sono chiamati “danni collaterali”, un milione e mezzo di vittime.

Come i fratelli Vito, la grandissima maggioranza delle vittime era gente del Sud, in quanto al Nord (pur registrando vittime e danneggiamenti) si fece amplissimo ricorso alla pratica della dispensa o dell’esonero dall’arruolamento, così che furono centinaia di migliaia gli uomini che poterono restare a casa, impiegati dalla nascente industria bellica. Inevitabile che, a fine conflitto, si dovettero contare centinaia di migliaia di operai in più a settentrione e al Sud invece solo lapidi (e spesso neanche quelle).

Una intera generazione di meridionali utilizzata come carne da cannone sparata via per gli interessi di una élite economica e un potere politico che li trattava con noncuranza, persino disprezzo. Erano giovani ventenni, contadini, braccianti, operai, artigiani, perlopiù analfabeti, sradicati dalla nostra terra e dalle nostre famiglie.

Chissà se Pasqualino avrà ancora voglia di raccontarci, in future pagine, quello che ne è stato della terra dei Vito, della mamma di Francesco ed Emilio, e se il fazzoletto rosso è ancora un segno di famiglia …ci piacerebbe molto!