Badolato, un paese a rovescio

Come altri paesi della costa ionica Badolato è un paese “triplo”, al seducente borgo in collina di origine medievale corrisponde infatti, sia una frazione sulla marina molto frequentata nel periodo estivo, che un paese disperso dall’emigrazione degli anni 50 in Germania, Belgio e soprattutto in Svizzera, dove una comunità di badolatesi, a Wetzikon, è così numerosa che viene chiamata “la seconda Badolato”.

È un paese che ha però un suo carattere peculiare che è possibile comprendere nella molteplicità del racconto che se ne può fare. Del paese può essere rilevante l’entusiasmo con cui aderì alla controrivoluzione lealista del 1799 che impedì ai repubblicani di piantare l’albero della libertà. Oppure il gusto per la provocazione come quello dell’allora bibliotecario comunale, Domenico Lanciano, che nel 1986 lanciò l’iniziativa “Badolato, paese in vendita”per salvare il borgo dallo spopolamento. Si può raccontarlo partendo dallo sbarco dei 460 profughi della nave Ararat, perlopiù curdi, che lo fece diventare agli occhi della comunità internazionale il paese dell’accoglienza per l’assegnazione di case ristrutturate alla nuova umanità approdata, primi in Europa a dimostrare con i fatti che accogliere, persino fraternamente, è possibile; ma anche dall’arrivo di numerosi altri stranieri del nord Europa che, innamorati, hanno deciso di stabilirvi una seconda residenza. I più gaudenti vorranno parlarvi di gastronomia, magari quella delle “Catoje”, le antiche cantine dove è oggi possibile riscoprire sapori dimenticati ed anche riflettere sulla grandezza e i limiti della cultura contadina; gli idealisti invece diranno del “pane e piccone” quale metodo della comunità di Mondo X, insediatasi nel bellissimo convento di S.Maria degli Angeli, per ritrovare se stessi dopo percorsi personali accidentati.

Ma tra le storie di Badolato meriterebbe certamente maggiore evidenza quella che si riferisce all’originale forma di lotta sociale, poi adottata anche altrove, nota col nome di Sciopero a rovescio. Si tratta di una delle forme di protesta più singolari ideate da disoccupati e contadini nei primi anni del secondo dopoguerra (1947-52), consisteva nel fare esattamente l’opposto di quello che si fa in genere con uno sciopero: invece di incrociare le braccia ci si mobilitava e si cominciava a realizzare un’opera per chiedere solo successivamente il pagamento del lavoro effettuato. Insomma si lavorava mirando ad ottenere a posteriori il riconoscimento di utilità pubblica di una realizzazione, in modo che fosse finanziata o appaltata.

Probabilmente il primo vero Sciopero a rovescio in Italia fu quello di Badolato per il ripristino dell’acquedotto danneggiato dal terremoto del 1947, fu realizzato dai badolatesi in tempi-record e con grandissimo successo, tanto da essere unanimemente approvato dalle stesse autorità che precedentemente non avevano nascosto tutta la loro contrarietà. Un evento poi replicato sul finire del 1950 quando, con un altro sciopero a rovescio, per sostituire le disagevoli mulattiere che mal collegavano i paesi delle Serre e per rompere l’isolamento a cui erano condannati per l’assenza di interventi pubblici, centinaia di persone si mobilitarono e riuscirono a creare una vera, purtroppo incompiuta, strada attraverso le montagne che nelle intenzioni avrebbe dovuto collegare lo Ionio al Tirreno.

La capacità di reazione che questo paese ha saputo opporre alle occorrenze della storia rappresenta una preziosa eredità ideale, una grande lezione umana e sociale, un patrimonio utile alle attuali generazioni meridionali, troppo lontane, lontanissime, dalle preoccupazioni dello Stato.