Nel segno dell’Equità il Sud, palmo a palmo, riconquista sé stesso

Il destino di ogni persona è determinato in gran parte dal contesto che la sorte capricciosamente assegna, ma è anche in minor misura una questione di scelte, le sole che consentono esiti differentemente favorevoli. Lo stesso è per le nazioni che muovendosi in un contesto perennemente mutevole come quello dell’intero pianeta, sono chiamate a dover scegliere la via, la strategia, il modello ritenuto più vantaggioso.

La storia dell’Italia post-unitaria attraverso i decenni susseguitisi si è caratterizzata, in materia di sviluppo economico, con una serie di scelte che hanno avuto una particolarità comune a tutte: sono state elaborate per garantire gli interessi della parte settentrionale del Paese ed imposte al Mezzogiorno senza darsi troppa pena per le conseguenze negative a cui esso andava incontro. Il Professore Luigi De Rosa, uno dei più autorevoli storici dell’economia del XX secolo di livello internazionale, nel suo agile ma documentato e rigoroso saggio “La provincia subordinata” del 2004 esaminò e mise in ordine cronologico le scelte operate in un secolo e mezzo di storia comune, ne venne fuori un Sud che era stato sempre chiamato a svolgere compiti imposti dall’esterno in posizione subordinata, una sorta di appendice coloniale da utilizzare alla bisogna.

Secondo De Rosa al momento dell’unificazione agli industriali meridionali fu dapprima negato un tempo congruo per il superamento graduale delle politiche protezionistiche, ed in seguito, tanto la Destra storica, quanto la politica di Crispi e di Giolitti, interruppero qualsiasi misura di sviluppo pensando al Sud esclusivamente come terreno di conquista. “…Progressivamente, il Mezzogiorno perse la compattezza che aveva quando tutti i meridionali si dicevano ‘napolitani’” e la ferrovia adriatica rappresentò l’emblema del proposito di separare la Puglia dalla Campania, la scelta di voler isolare dal resto del Sud quella Napoli che era già stata una grande capitale europea, la risolutezza a smembrare economie, identità, legami.

Al termine di un’intervista rilasciata a Titti Marrone del Mattino poco prima della sua morte avvenuta oramai quindici anni fa, il Professore ammoniva sulle possibili conseguenze del federalismo fiscale “…allora sì che il Sud sarebbe abolito del tutto. Non ci sarebbe alcuna Equità, ci si dimenticherebbe del tutto che, al momento dell’unificazione, il Mezzogiorno pagò il debito pubblico del Nord. Che con l’intervento straordinario non ebbe altro se non ciò che gli era stato negato con quello ordinario.” E poi, ancora, confidò di nutrire la speranza di un risveglio dei meridionali e di un recupero di “…consapevolezza dei propri diritti. Siamo pur sempre un terzo della popolazione nazionale, abbiamo combattuto ogni sorta di guerra per tutelare i confini delle regioni del Nord. Per quanto tempo vogliamo continuare a essere una provincia subalterna?”.

In un contesto ancor più peggiorato sono parole più che mai attuali, ma è proprio nel segno dell’Equità che il popolo del Sud si è risvegliato, vince le prime battaglie sull’autonomia differenziata e va riconquistando, palmo a palmo, consapevolezza.