Al Sud le briciole e a volte neanche quelle

Dai racconti colti attorno al camino in ambito familiare e relativi al secondo dopoguerra mi è sempre ritornata un’epoca che per certi versi è stata anche più miserevole del periodo di guerra stesso.

Dall’euforia per la fine del conflitto, infatti, ben presto gli italiani dovettero fare i conti con una realtà molto diversa da quella che ciascuno s’era figurato. Il Paese, con le ossa rotte e in cui la netta maggioranza delle persone erano impiegate in un settore agricolo povero e arretrato, pativa un inflazione altissima, salari reali ridotti della metà rispetto al periodo prebellico e rete ferroviaria mezza distrutta, come pure tutte le altre infrastrutture. I danni di guerra equivalevano al triplo del reddito del 1938 e, rispetto allo stesso anno, la produzione industriale era crollata a solo il 29%.

La maggior parte delle persone, temprate al sacrificio, si sarebbe accontentata di poco se non fosse che anche quel “poco”, per troppi era, soprattutto al Sud, solo un miraggio. Le differenze territoriali erano molto marcate tanto che dall’Inchiesta sulla miseria e sui mezzi per combatterla promossa dal Parlamento, si ricava che la popolazione ridotta a vivere al di sotto del minimo vitale si trovava per il 5,8% al Nord, per il 50,2% al Sud e per il 44,4% nelle Isole. Al Sud i salari erano notevolmente più bassi, mentre il prezzo del pane era il doppio del Nord e quello della pasta addirittura il triplo.

Il Paese aveva necessità di ripartire, scelse di farlo investendo tutte le risorse disponibili nella “riconversione” di un economia di tipo bellico ad un’altra fondata sul lavoro, e nella “ricostruzione” di infrastrutture e di interi apparati industriali. Un enorme sforzo fatto da tutti gli italiani destinato in grandissima parte alle regioni settentrionali nella speranza che si facessero “locomotiva” capace di trainare il resto del Paese.

Al Sud rimasero le briciole e a volte neanche quelle, infatti per il considerevole surplus di forza lavoro che eccedeva quello impiegabile nelle industrie del Nord, l’unica risposta dello Stato fu l’emigrazione assistita. Vennero firmati accordi bilaterali con il Belgio nei quali l’Italia si impegnava a mandare 50.000 lavoratori entro un anno in cambio di carbone. Come dar torto a tutti quegli emigranti che si convinsero d’esser stati semplicemente venduti? Come non comprendere l’astio maturato?

Il malcontento nelle campagne meridionali è forte, migliaia di contadini si mobilitano e costituiscono in tutto il Sud numerosi Comitati per la terra aperti a tutti i cittadini, non è un clima insurrezionale, purtuttavia queste manifestazioni, per sproporzionata risolutezza del discusso Corpo Speciale antisommossa di polizia allora in capo al Ministro Mario Scelba che aveva come ruolo primario quello della repressione delle lotte contadine, spesso finiscono in tragedia, con la morte di alcuni manifestanti, come a Messina nel ’47, a Melissa, Montescaglioso e Torremaggiore nel ‘49, a Lentella nel ’50.

Il 23 marzo del 1950 a San Severo a morire è un bracciante, Michele Di Nunzio di 33 anni e vennero arrestate 184 persone tra le quali molte donne. Solo dopo due anni, tutti, vennero completamente assolti. In questi due anni i loro figli (una settantina) furono ospitati ed “adottati”, in segno di solidarietà, da encomiabili famiglie romagnole e marchigiane. Partirono con treni poi passati alla storia come “i treni della felicità” a sottolineare il gesto altruistico. Da tutto il Sud di bambini, in sette anni, dal 1945 al 1952 ne partirono 70.000.

Ma è sconcertante notare come del racconto prevalga solo uno degli aspetti, così che nessuno si sia mai chiesto “se quei bambini furono davvero felici con un piatto di pasta in più ma senza la loro famiglia e la loro casa”, commentò qualche anno fa il Presidente dei Neoborbonici, Gennaro De Crescenzo.

A noi non resta che volgere lo sguardo ai nostri giovani, ancora oggi costretti a lasciare terra, affetti e famiglia. Non resta da constatare che la ricetta italiana ai problemi del “suo” Mezzogiorno resta immutata da 159 anni, ed è fatta di repressione ed emigrazione, …un grande vantaggio per il resto d’Italia.