Il Sud non può più permettersi di assistere i prenditori del Nord

Non è un mistero che la spesa pubblica italiana sia da sempre sbilanciata a favore delle regioni settentrionali, è sotto gli occhi di tutti la carenza infrastrutturale del Mezzogiorno; lo raccontano i Conti Pubblici Territoriali che lo scippo al Sud vale 61 miliardi di euro l’anno; lo confermano trasmissioni come Report in TV; l’hanno sostenuto nel tempo tante autorevolissime voci, una per tutte quella del piemontese Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, che in un saggio di economia e politica, ammise troppo tardivamente “…É vero che noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano dopo la conquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio ed ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostato molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici.”

Eppure lo strabismo Nord/Sud non riguarda soltanto il come vengono impiegate le risorse disponibili, riguarda anche quello che il fisco rinuncia ad incassare concedendo esenzioni, agevolazioni e regimi speciali. È il corposo capitolo della Spesa Fiscale le cosiddette tax expenditure con le quali l’Italia determina una parte rilevantissima della sua politica fiscale, così tanto da essere il primo Paese europeo (secondo nel mondo solo all’Australia) nell’utilizzo di questo tipo di strumento responsabile di distorsioni che il Consiglio dell’Unione europea (e il buonsenso) ritiene inaccettabili ed invita a ridurne l’uso e la generosità.

Si tratta di una babele formata da 636 misure alle quali difficilmente può accedere chi guadagna troppo poco e sono destinate inevitabilmente ai più ricchi, alle aziende e ad una generosa sparpagliata di briciole per classe media. Il tutto per una cifra che il Senato, con criteri restrittivi, valuta in 75,2 miliardi di euro ma, volendo disegnarne una mappatura in maniera più estensiva, la Corte dei Conti dice che potrebbe trattarsi di una cifra che supera i 300 miliardi.

Stando ai soli numeri del Senato il grosso delle risorse (mancate) è riconducibile a sei settori che assorbono l’87% della torta: la casa, il lavoro, le politiche economiche, la salute, le politiche sociali e il sostegno alle imprese. Per mancanza di numeri certi e informazioni fondamentali non è possibile disporre di un’analisi approfondita su come queste risorse agiscano nelle differenti aree geografiche del Paese, è però possibile ricavare buone indicazioni consultando il Rapporto redatto dal Gruppo di lavoro sull’erosione fiscale del 2011 dove l’analisi per territorio viene svolta per una decina di significative misure come gli interventi per il recupero del patrimonio edilizio, le spese sanitarie, i mutui ipotecari per l’acquisto dell’abitazione, la riqualificazione energetica e via così. Ne risulta che l’ammontare derivato per il Sud è sempre inferiore al 34,3% (la percentuale della popolazione meridionale) e si aggira invece sempre tra il 10 e il 20 per cento.

Misure anche condivisibili producono effetti differenti se applicate a contesti diversi e anche non volendo ipotizzare che con tutte le misure si registri un vantaggio a favore del Nord, almeno non in maniera così considerevole (ad esempio gli 80 euro di Renzi hanno effetti territoriali un po’ più uniformi), è di tutta evidenza che anche la Spesa fiscale operi per l’ampliamento del divario tra Nord e Sud. Una revisione profonda delle tax expenditure è quindi materia urgente, il Sud è stanco e non può più permettersi di sprecare quest’altra decina di miliardi per sussidiare e assistere i prenditori del Nord.