Architettura ostile

In Italia, manco a dirlo, i precursori sono stati gli amministratori delle cittadine padane targati Lega Nord, quelli che già un decennio fa ottenevano di installare al posto delle comuni panchine, quelle altre che hanno il bracciolo metallico nel mezzo per scoraggiare comportamenti che chiamavano “antisociali”. Sono panchine che da Verona, Bergamo, Padova, parlano e dicono chiaro e tondo che ci si può sedere ma non ci si può sdraiare. Dicono al sans-papiers in cerca di riposo che lì non è gradito, e che è meglio che vada via. Altro che prima gli italiani o prima il Nord, la questione è che più che lo straniero e il meridionale, ai leghisti fa schifo il poveraccio e chiunque si ritrova a vivere in condizioni disagevoli.

Questo tipo di architettura urbana però non è affatto una peculiarità italiana, ben prima e in maniera più sofisticata, l’”unplesant design” o ”architettura ostile” ha impegnato il fior fiore dei designers alla ricerca di soluzioni gradite al nuovo corso della politica ultracapitalista per la sistemazione dell’arredo urbano di moltissime città occidentali, da Londra a New York. Una planetaria guerra ai poveri.

Non solo il bracciolo al centro, a volte le panchine di oggi sono a seduta singola come a Barcellona, senza seduta e buone solo ad appoggiarsi come nella metropolitana di Parigi, arrotondate, con la seduta ad altezza sfalsata, ingabbiate. Non è mancata la fantasia e la lena, tanto che con medesimi intenti in molti luoghi sono state installate delle borchie sulle pavimentazioni degli androni o di fronte alle vetrine dei negozi, per impedire che vi si possa dormire e per scoraggiare anche la semplice sosta di gruppetti di adolescenti o di turisti che invece del ristorante, pranzano al sacco. Sotto molti cavalcavia dopo lo sgombero di poveri bivacchi, sono state montate rastrelliere per biciclette o semplici manufatti in funzione anti-clochard; in alcuni quartieri sono stati sistemati dei generatori di ronzio ad alta frequenza che risultano fastidiosi se ci si intrattiene a lungo; a Mansfield, nel Regno Unito, già nel 2006 alcune strade sono state illuminate da una luce rosa capace di evidenziare i brufoli dell’acne degli adolescenti così da scoraggiarne le passeggiate serali; a Colonia sono stati verniciati i muri della stazione ferroviaria con pittura idrorepellente per impedire di fare la pipì in pubblico, perché con questo accorgimento la pipì rimbalza sulle scarpe del trasgressore.

Tanta energia e tante risorse alle quali bisogna aggiungere quelle che vengono impegnate per la sicurezza pubblica, per la videosorveglianza, per il contenimento del conflitto sociale e quelle che servono a far fronte alle deprivazioni conseguenti. Risorse impiegate in maniera inefficace perché lungi dal risolvere il problema, lo spostano solo un po’ più in là, come si fa con i piccioni, …sciooò!

Occorrerebbe combattere la povertà e non il povero, trovare soluzioni per la causa e non solo per i sintomi del malessere. Magari realizzando in ogni quartiere dormitori pubblici di modeste dimensioni in modo da non stravolgere la routine della restante comunità, bagni pubblici attrezzati dove è possibile fare la doccia (una volta ce n’erano), servizi di barberia gratuiti, mense popolari. Molti studi confermano che chi ha un tetto sotto cui riparare è meno soggetto ad ammalarsi, meno incline a vivere d’espedienti, ed è molto più disponibile ad entrare nel circuito lavorativo. In definitiva le soluzioni più appropriate sono alquanto elementari, e mirano a città più accoglienti con costi, economici e sociali, di molto inferiori per la comunità.