Farting around

Tornando a casa da lavoro, invece di sintonizzare l’autoradio su una stazione per sentire musica, come più spesso faccio, ieri avevo voglia di parole e tra le emittenti della mia personalissima playlist mi sono fermato su radio radicale dove hanno l’abitudine di mandare in onda quello che viene detto in convegni i più disparati in giro per l’Italia, quelli che altrimenti non ascolteresti mai.

Mi sono fermato lì perché ho riconosciuto subito la voce di Federico Rampini, il noto scrittore ultrapop e storyteller à la page, che parlava al Festival della Comunicazione di Camogli lo scorso 15 settembre. È uno scrittore capace di catturare l’attenzione poiché dotato di buona teatralità, un ottimo comunicattore che nell’occasione aveva a cuore parlare del suo ultimo libro e raccontare le esperienze nei numerosi luoghi del mondo che ha vissuto.

In conclusione d’intervento molto fuori tema, anzi proprio a sproposito, ha voluto trascinare il dibattito sul Mezzogiorno e siccome mi ha lasciato basito e schifato, sono andato a ricercarmelo in rete e poi l’ho trascritto:

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E portiamo questo dibattito qui da noi, perché guardate che c’è nel Mezzogiorno d’Italia, …c’è una cultura …i Neoborbonici! Avete presente no?

È un movimento culturale intellettuale e politico presente nel Sud.

Il Sud è stato colonizzato dai piemontesi. Non c’è stata una unità nazionale. C’è stata una guerra di conquista e quindi tutto quello che accade nel Mezzogiorno oggi, in fondo, ha le sue radici nelle malefatte dei piemontesi ai tempi di Cavour.

Allora vogliamo aprire un dibattito sulle riparazioni?

Sulle indennità che il Nord deve al Sud?

Quale tipo di cultura andremmo ad alimentare tra i giovani meridionali se gli diamo l’idea che per i torti, presunti, subiti dai loro antenati loro hanno diritto a vivere di rendita?

È già una parte del Paese dove c’è, da tempo, una cultura dell’assistenzialismo, una tendenza ad aspettare sempre le soluzioni dallo Stato, una parte del Paese che è stata impoverita dall’emigrazione, perché c’è un’epoca in cui non era tanto politically correct esaltare gli aspetti positivi dell’emigrazione, quando si fuggiva dal Sud noi sapevamo benissimo che l’emigrazione impoverisce i Paesi di partenza.

Altra curiosa deviazione patologica della sinistra politically correct, della sinistra no-border, quest’idea che chi accoglie l’immigrazione a braccia aperte è un benefattore, ma allora i massimi benefattori sono stati negli anni ’50 un certo avvocato Gianni Agnelli e Vittorio Valletta Amministratore Delegato della FIAT. Loro a braccia aperte hanno accolto calabresi, pugliesi, campani, siciliani, sardi, hanno fatto un’operazione umanitaria che al confronto…

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Che ve ne pare? Non credo che nei salotti televisivi nei quali condivide con tanti altri questo sentire Rampini avrebbe il coraggio di ripeterebbe queste parole, perché sono espressioni buone solo lontano dal Sud per ascoltatori rassicurati dalla conferma di pregiudizi avariati. Ma quello che mi ha colpito più di tutto tra il tanto sciocchezzume, più del fatto che ritiene quei torti ancora presunti, nonostante l’inconfutabilità delle prove che vengono sempre più frequentemente addotte; più ancora della condanna acritica del Mezzogiorno quale società assistita e indolente nonostante venga invece ancora oggi derubata del suo; più della superficialità riguardo la tragedia dell’emigrazione; più del ribaltamento di pensiero che lo ha indotto a considerare Agnelli come un benefattore, mentre è vero il contrario e cioè che i meridionali hanno fatto la fortuna della FIAT, l’impresa italiana che ha campato un secolo, essa si, della nostra assistenza. Dicevo, quello che mi ha colpito e che la trascrizione da sola non può rendere, è la distanza che Rampini mette nei toni tra italiani e meridionali come se i meridionali fossero una cosa diversa dagli italiani, un altro popolo. Quello che lo scrittore, malcelando il disprezzo, sente probabilmente come il più distante da sé.

Ma in fondo sono solo scorregge che non fanno rumore.