Risorgimentati

Dopo le code per l’esodo estivo, possiamo esserne certi, ci saranno quelle per il controesodo. Poi ci sarà l’autunno caldo con il caro bollette, l’ondata di maltempo che manda in tilt le città, le scuole che cominceranno ancora una volta con professori provvisori, l’annuncio (solo l’annuncio eh!) di un nuovo piano per il Sud.

Fatti puntuali come una cambiale, anzi come un debito, quello pubblico che non smette di essere il fardello che tiene in ostaggio i conti pubblici italiani.

La riduzione del debito pubblico è argomento molto gettonato da politici, analisti e osservatori che quasi quotidianamente si esercitano su responsabilità e possibili ricette per ridurne la portata. Di solito si propone di ridurre i costi della politica, fare le privatizzazioni, cedere il patrimonio immobiliare; e si tende ad individuare tre grandi fasi di accumulazione del debito: quelle che coincisero con i due conflitti mondiali e quella degli anni ottanta della nota “Milano da bere”.

Ma per trovare le radici culturali del debito facile e della finanza allegra bisogna andare un po’ più indietro e guardare al decennio che precedette la proclamazione dell’Italia Una.

Per conseguenza di una pessima bilancia commerciale e di una più che onerosa politica estera, il Regno di Sardegna proprio in quel decennio sottoscrisse enormi prestiti, principalmente con il banchiere James Rothschild. Ci fu un indebitamento gigantesco, coprire un debito con un altro debito, saldare una rata facendo ancora un debito diventò il sistema di governo. Tra il 1848 e il 1859 il debito pubblico piemontese era lievitato del 565 per cento, e per scongiurare la bancarotta si vendettero molti beni demaniali, si inasprirono le tasse e si inventarono 23 nuovi balzelli. Tutto inutile, se un giornale dell’epoca, l’”Armonia” dopo aver analizzato i bilanci può, a ragione, concludere: “il Piemonte è perduto”.

Al contrario, il Regno delle due Sicilie, in quello stesso periodo continuava nel rigore della sua politica finanziaria, e nell’assicurare ai suoi sudditi possibilità di vita migliori, riusciva a tenere i conti in ordine: basso il debito, moneta solida, tassazione lieve e rendimenti pubblici che testimoniavano il crescere della ricchezza generale.

L’unificazione della penisola rappresentò per i Savoia l’unica via d’uscita, e il deputato cavouriano Pier Carlo Boggio lo scrive chiaro: “o la guerra o la bancarotta”.

Con la guerra il Piemonte riuscì a condividere il proprio debito con gli altri stati via via annessi, e il Regno del Sud, più ricco degli altri, pagò il prezzo più alto, dovendo persino rimborsare le spese affrontate per la sua liberazione. Il Piemonte, dal quale l’Italia odierna ha ereditato i vizi, risorgimentò.