Le alberate e gli “scalilli” per l’Asprino d’Aversa

Quando un anno fa con Maria e Rosa andai a Frignano ne sapevo poco dell’Asprino di Aversa, sapevo solo che a Mimmo, il mio amico di Genzano, gli piaceva assai. Attraversammo il grande portone delle Cantine Magliulo e ci accolse Raffaele, l’attuale proprietario dell’azienda, che con gentilezza indicibile ci accompagnò in un giro istruttivo e inaspettato tra i tini, i macchinari, gli attrezzi che in altri tempi hanno fatto la storia della civiltà contadina dell’Agro Aversano …e ci iniziò all’Asprino.

Solo dopo ho saputo che per Mario Soldati, nel suo viaggio per l’Italia degli anni ’70, trasposto nel celebre “Vino al Vino”, l’Asprino …è di una secchezza totale, sostanziale, che non lo si può immaginare se non lo si gusta. Che grande piccolo vino!

Solo dopo ho saputo che questo vino fu capace di emozionare profondamente l’anarchenologo” Luigi Veronelli, rammaricato della insufficiente sua valorizzazione.

Solo dopo, e un po’ alla volta, ho consolidato quell’esperienza provando il medesimo prodotto, declinato in differente stile, da Cantine Caputo di Carinaro, da I Borboni di Lusciano e da Vitematta il marchio della cooperativa sociale che produce l’Asprino grazie alla gestione di terreni confiscati alla camorra nel comune di Casal di Principe. Ho imparato che queste aziende, insieme a poche altre come Vestini Campagnano, Masseria Campito e Salvatore Martusciello ricoprono un ruolo che va molto oltre gli aspetti imprenditoriali, sono a tutti gli effetti delle ambasciate poste a custodia di una cultura arcaica, che non esaurisce affatto il suo compito nel profitto derivante dalla commercializzazione del prodotto finale.

Il rispetto del metodo di coltivazione della vite è infatti molto oneroso, e sono in pochi quelli disposti a mantenerne intatte le regole, in quanto i grappoli dell’Asprino maturano sull’alberata aversana: un sistema di viti che si maritano ad olmi o pioppi e salgono in alto fino a raggiungere anche i 20 metri di altezza. Una coltivazione originalissima che consente di conservare un alto grado di acidità dell’uva in funzione della distanza dal terreno che la preserva dall’effetto del caldo. Architettura agraria dal grande fascino degna di essere considerata un bene ambientale e culturale, parte integrante di un paesaggio rurale da mettere sotto tutela.

Non ci si improvvisa vignaioli se si devono salire scale strettissime che vanno su di tanto, fino ai frutti più in alto, tenendosi le mani libere di lavorare. Ogni raccoglitore/equilibrista ha il suo scalillo personale, perché la distanza tra i pioli deve essere rapportata alla gamba della persona che scalerà l’alberata, ed ogni piolo un po’ incavato al centro per poggiarci il ginocchio e aumentare la stabilità. L’uva viene raccolta in particolari cesti, le fascine, che terminano con una punta cosicché quando vengono calate con le funi, vanno a piantarsi nel terreno senza pericolo di ribaltamenti.

Tanto saper fare dietro le quinte di un prodotto raro, fiero, moderno e fresco che sta bene con i piatti di pesce e con la mozzarella e che potrebbe sostituire validamente, nel rito dell’aperitivo, gli abusati Prosecco e Pinot …se solo i nostri baristi volessero anch’essi diventare ambasciatori della propria terra e non banali rivenditori.