Storia vera e terribile tra Sicilia e America (Enrico Deaglio)

Da qualche settimana sotto il palazzo che abito hanno aperto una frutteria, ci lavorano ragazzi egiziani disposti ad accettare ritmi lavorativi troppo più intensi rispetto agli standard conquistati all’occidente dalle generazioni precedenti. Sono ragazzi giovani e sorridenti, gentili e, scusate la franchezza, si fanno il mazzo tanto sette giorni su sette. Di questi tempi però le loro qualità non sembrano bastare, ce n’è tanti di diffidenti che non li vedono di buon occhio.

Per certe analogie, a distanza di quattro anni dalla sua prima pubblicazione, oggi mi sono concesso di rileggere la “Storia vera e terribile tra Sicilia e America” nella quale Enrico Deaglio ci parla di altri fruttivendoli di altre epoche.

La vicenda è quella di cinque siciliani di Cefalù che sul finire dell’ottocento emigrano negli Stati Uniti. Erano parte di una massa che varcava l’oceano, delusi da Garibaldi che aveva loro promesso la terra, e che in nome dell’Unità, col nuovo Regno d’Italia, vide peggiorare enormemente la propria condizione fatta di oppressione, deportazioni e violenze compiute dal feroce esercito piemontese.

Cinque siciliani in mezzo a tanti altri, troppi altri, che avevano strane idee, protestavano, si ribellavano. L’Italia voleva disfarsene e li spingeva via, “…e niente era più convincente che ridurli in miseria e fargli sparare addosso dai carabinieri”. In America contemporaneamente, con l’abolizione della schiavitù, quattro milioni di schiavi non volevano più lavorare sotto la frusta, si impose così l’esigenza di sostituire i negri con altri schiavi. Si tentò prima con i cinesi ma risultarono fragili, ci si riuscì poi con i siciliani che furono letteralmente venduti dall’Italia con l’inganno, e con la promessa di una vita migliore, una vera e propria deportazione programmata, che svuotò “Contessa Entellina, Ustica, Bisacquino, Cefalù, Corleone, Palazzo Adriano, Trabia, Gibellina, Vallelunga, Sambuca, Salaparuta e altri ancora vennero raccolti a Palermo, Trapani, Salemi, Termini Imerese”. Finirono in massima parte nelle piantagioni di cotone e di canna da zucchero della Louisiana e del Mississippi a raccogliere umiliazioni, fatica, miseria, morte e schiavitù e ad essere chiamati col dispregiativo “Dagos” che connotava gli immigrati italiani considerati non proprio neri, ma neanche davvero bianchi.

I nostri cinque invece erano riusciti a scansare le piantagioni e facevano i fruttivendoli a Tallulah, un paesino della Louisiana sulle rive del Mississippi, avevano una loro clientela, una strategia commerciale, erano gentili e lavoravano sodo. Avevano una capra, o forse più di una, diventata il futile pretesto di un complotto che il 20 luglio 1899 scatenò una folla inferocita, e incattivita, che si macchiò di un infame linciaggio. I loro corpi penzolarono per tutta la notte dal maestoso pioppo di Tallulah come fossero strange fruit, quelli cantati da Billie Holiday nella più lancinante canzone del Novecento.

Giuseppe, Francesco e Pasquale Defatta, Rosario Fiduccia e Giovanni Crami, furono presi nella tenaglia di due convergenti razzismi: “era tempo che a quella razza fosse data una lezione” commentò Theodore Roosevelt, futuro presidente. In Italia invece dilagavano le teorie razziste di Cesare Lombroso sulla inferiorità della razza meridionale, i cui frutti sono ancora sotto i nostri occhi …anche in frutteria.