Il Casavecchia, un rosso leggendario!

È con una singolare, laica e scanzonata, sacralità che Paolo più che regalarmele le due bottiglie di Casavecchia me le affida, quasi un atto di rispetto per il viticoltore amico suo, e per la storia di un vino che, davvero, il rispetto se lo merita tutto.

La storia popolare, e più diffusa, riferisce che il Casavecchia nasce sul finire del XIX secolo, da seme, nelle vicinanze della masseria Ciesi nel comune di Pontelatone di proprietà di un certo Scirocco Prisco che cominciò a riprodurla, tramite le marze ottenute dal vitigno originale, diffondendolo nei comuni limitrofi e tramandandolo di generazione in generazione.

Dalla masseria ridotta a rudere, ‘a casa vecchia, il nome del vino.

Il vitigno tuttavia potrebbe essere già stato molto diffuso ben prima della scoperta del Sig. Scirocco, comunque prima del 1851 quando un’epidemia di Oidio e Fillossera colpì la viticultura campana e lo estinse, tranne quell’unica pianta superstite.

L’origine nondimeno potrebbe essere antichissima e addirittura coincidere con l’uva del Trebulanum citato da Plinio il Vecchio e bevuto nell’antica Roma, e (forse) proveniente dall’antico sito già abitato in età preromana di Trebula Baliniensis che corrisponde all’odierna Treglia, frazione del comune di Pontelatone.

Non si può essere definitivi, dunque, con la storia del Casavecchia, è un vino mitologico, leggendario, dalle caratteristiche molto originali che escludono la possibilità di potersi trovare di fronte a un clone di un altro vitigno; un vino che arriva a sfiorare i 14 gradi con un rapporto tanto serrato e romantico col suo terroir da renderlo difficilmente adattabile al di fuori dell’area disegnata dai comuni di Liberi, Ruviano, Formicola, Castel di Sasso, Pontelatone, Caiazzo, Piana di Monte Verna e Castel Campagnano.

La straordinaria qualità di questo rosso rubino, che invecchiando tende al granato, è oggetto di studi da parte delle facoltà di agraria delle Università di Napoli e di Firenze e rappresenta una grande potenzialità per la viticultura in Terra di Lavoro. Un’area, assieme a quella irpina, che va finalmente, e con merito, conquistando spazi di un mercato più attento e consapevole, sempre meno seducibile dalle “chiacchiere e distintivo” e dal marketing, del quale hanno abusato ad altre, più nordiche, latitudini.