Il Migliaccio, un dolce medievale.

Forse per la nostra testa funziona come per un Hard Disk, se non si procede a più d’una traumatica formattazione, qualcosa in memoria resta, e prima o poi ti sorprende tornando a galla.

Così, prima d’entrare nella sala dove Rocco ci ha invitato per brindare al suo compleanno, è tornato a galla dal mio profondo un profumo dimenticato, peculiare e deciso di fiori d’arancio e di cannella. Era il 1979 quando a casa di nonna Concetta venne preparato, e da allora mai più, il Migliaccio.

Al profano potrebbe ricordare il profumo della sfogliatella o della pastiera, ma per chi come me ha avuto una certa familiarità con il mondo contadino di qualche decennio fa, quell’effluvio non può che comprendere anche l’odore della casa, del cortile alla fine del vicolo, del “cupiello” per il bucato, del torchio. Perché il Migliaccio è un dolce primordiale figlio di una sapienza rurale che dal poco, e dal quasi niente, era capace di regalare meraviglia.

È un dolce appartenuto alla tradizione di molte regioni d’Italia ma è in Campania che ha trovato la sua migliore espressione. Qualcuno ne fa risalire le origini fino all’anno mille quando veniva preparato con la farina di miglio brillato, l’unica nella disponibilità dei poveri di allora. Poi, di pari passo alle trasformazioni della società, la ricetta è poco alla volta cambiata fino ad essere addirittura ripudiata negli anni 80 del secolo scorso, quando tutti eravamo un po’ ammaliati dai modelli che hanno appiattito il gusto sulle necessità dell’industria.

Oggi sono davvero in pochi quelli rimasti, come Rocco, a custodire e mantenere in vita questa prelibatezza campana, questo dolce medievale, che tradizionalmente appartiene al periodo della quaresima, tra il carnevale e la pasqua.

Ieri mi sono fatto dare la ricetta, …poi vi faccio sapere.