Trenitalia non più “privata” e del nord, ma per tutti e pubblica, come i soldi che usa

Lo strumento della petizione previsto dalla Carta Costituzionale al suo art.50 è uno dei modi con il quale i cittadini possono far sentire al Parlamento la loro voce, accendendo un “faro” sui problemi che non trovano adeguate risposte dalla politica. Purtroppo la percentuale di quelle che arrivano in discussione alle due camere è molto bassa e si aggira intorno al 5%, peraltro tutte, o quasi tutte, in abbinamento con altri progetti di Legge che spesso ne eludono le originarie motivazioni.

Gran parte della classe politica ha oggi dismesso il suo ruolo guida per il popolo, si è autolimitata ad interpretarne gli umori e ad assecondarne le paure. È infatti tenuta in gran conto la sentiment analysis che consente ai politici di agire in conseguenza, cercando di farsi interpreti delle istanze elettoralmente più vantaggiose.

Per queste ragioni le petizioni on-line, che in gran parte vengono promosse sulla piattaforma gratuita change.org, assumono un valore rilevante in quanto sono in grado di condizionare, e determinare, l’agire politico dei nostri rappresentanti.

Così è stato ad esempio per l’autonomia differenziata chiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, la cosiddetta “secessione dei ricchi” che è stata (per il momento) bloccata proprio con il contributo determinante di una petizione promossa dall’economista Gianfranco Viesti e sottoscritta da tanti intellettuali.

Vi sottopongo di seguito il testo di una petizione a mio avviso molto importante promossa dallo scrittore Pino Aprile e, se lo ritenete giusto, qui il link per firmarla.

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TRENITALIA NON PIÙ “PRIVATA” E DEL NORD, MA PER TUTTI E PUBBLICA, COME I SOLDI CHE USA

Trenitalia ha come azionista al 100 per cento Ferrovie dello Stato, ovvero, usa i soldi di tutti gli italiani, ma opera a vantaggio solo del Centro-Nord e ha dimenticato il Sud. Che diventi azienda di diritto pubblico e al servizio di tutto il Paese.

Trenitalia è un’anomalia non più tollerabile: non può fare “l’azienda privata”, avendo quale unico azionista le Ferrovie dello Stato (ovvero soldi di tutti gli italiani), per operare a vantaggio solo di alcuni e a danno degli altri. Una stortura italiana per dividere l’Italia (o continuare a tenerla divisa, pure sui binari). L’ultimo ettolitro che fa traboccare il vaso è stato versato da tempo. È ora di finirla:

TRENITALIA DIVENTI PUBBLICA

1 – Trenitalia torni a essere un’azienda pubblica, e risponda degli obblighi di un’azienda pubblica a tutti i cittadini del Paese, non dando troppo ad alcuni e niente ad altri. L’ultima di Trenitalia è il no a un collegamento decente, pur se molto parziale e vergognosamente tardivo, per lo sviluppo di una fascia importante amplissima e dimenticata del Mezzogiorno: la costa jonica, oltretutto risorsa turistica poco sfruttata, perché di fatto irraggiungibile, essendo stata condannata dall’Italia “unita”, da un secolo e mezzo, a non avere treni, autostrade e aeroporti, ma a pagare perché altri ne abbiamo, persino a perdere, per alimentare l’univo traffico che producono: quello delle tangenti. Secondo Trenitalia “non risultano evidenti opportunità commerciali sufficienti per istituire il Frecciargento Sibaritide-Roma”. Invece, “i numeri ci sono”, assicura la parlamentare 5s Rosa Silvana Abate, che ha reso nota la vicenda. La verità, quindi, è che “non risultano evidenti opportunità commerciali sufficienti”, perché Trenitalia resti privata.

VIA GLI ATTUALI DIRIGENTI

E, per cominciare:

2 – via, e subito, il presidente di Trenitalia, Tiziano Onesti e l’amministratore delegato e direttore generale Orazio Iacono.

CRITERI CHE CAMBIANO CON LA LATITUDINE

Non ci caschiamo più:

  • il Mose che dovrebbe “salvare Venezia” ingoia in corruzione due euro ogni tre, ma si fa, pur se rischia di essere non solo inutile, ma persino dannoso, ammesso che funzioni (immaginate si fosse fatto qualcosa del genere a Reggio Calabria);
  • il Terzo Varco fra Genova e Milano, inspiegabilmente, per poche decine di chilometri e a costi unici al mondo (provate a immaginare se ad avere tale “stranissimo” record fosse Napoli), è stato giudicato inutile e antieconomico, ma si fa ugualmente. E non si sa perché (o forse sì);
  • la linea Tav Torino-Lione è una delle opere più folli di sempre: distrugge il territorio, spacca il Paese, forse fa cadere il governo, non serve a niente, a meno di non voler credere che davvero sia irrinunciabile, per la prossima generazione, far guadagnare su quella tratta (arteria vitale per l’economia del pianeta!), pochi minuti alle merci, il cui volume venne sovrastimato per far partire l’opera ed è in calo continuo, mentre le linee ferroviarie già esistenti sono sottoutilizzate. Ma la Tav “si deve” fare (pensate se fosse il Ponte sullo Stretto);
  • hanno buttato 1.800 milioni sul Freccia 1000, per recuperare (sulla carta) qualche minuto sulla tratta già più veloce d’Italia, Milano-Roma; mentre, per fare la linea diretta Napoli-Bari (progettata e appaltata più di un secolo e mezzo fa dai Borbone e fermata dai Savoia per afflato “unitario”) o il treno per Matera (capitale europea della cultura pedonale) bisogna inviare i geologi a “studiare le rocce” (insulto, uno dei tanti, dell’allora disgraziatamente ministro Delrio ai meridionali: di quei geologi non si è più saputo nulla, dispersi in plaghe terroniche, mentre il prode Graziano decideva di regalare al Nord la più lunga pista ciclabile d’Europa e “grandi opere” bocciate anche dalla Corte dei Conti europea, riservando al Sud la più lunga “pedonabile” del mondo: a piedi, terroni!);
  • fra Torino e Milano il trionfo dello spreco: una linea alta velocità per centinaia di treni al giorno, passeggeri e merci, su cui passano poche decine di treni passeggeri e nessuno merci (pensate l’avessero fatto fra Palermo e Catania).

Giusto per un assaggio di come vanno le cose, circa le “opportunità commerciali sufficienti”.

IL SUD DISCARICA DEI TRENI DISMESSI DAL NORD

Se state per dirmi che molte di queste decisioni non spettano a Trenitalia, ditemi pure quale è l’azienda che, anche con i soldi dei meridionali, compra treni nuovi per le linee del Nord e butta su quelle del Sud convogli da rottamare, come se non pagassero, quei passeggeri così schifati, lo stesso biglietto e le stesse tasse, in proporzione al reddito, da cui deriva il 100 per 100 dei soldi delle Ferrovie dello Stato, con cui si ingozza immeritatamente Trenitalia, “privata”.

AL SUD NEGA I TRENI E INVESTE SUI PULLMAN

La Trenitalia per cui “non risultano evidenti opportunità commerciali sufficienti per istituire il Frecciargento Sibaritide-Roma”, è socia di una azienda che copre quella stessa tratta con pullman, per quattro corse al giorno, in aggiunta a quelle di altre società (totale 12 corse). Come dire che Trenitalia lucra sull’assenza di servizi di Trenitalia al Sud: correggetemi se sbaglio (lei è in errore, Aprile: non meritando voi il Frecciargento, perché siete solo dei terroni, Trenitalia, per garantire la vostra mobilità, sostiene di un’azienda del Sud per darvi “la corriera”. E vi lamentate pure!). Pensate l’avessero fatto fra Rimini e Roma o Riccione e Milano.

TURISMO EROICO AL SUD, SENZA TRENI, AUTOSTRADE, AEROPORTI

Il Frecciargento per la Sibaritide potrebbe rendere più facile l’impresa di turisti intenzionati a raggiungere le meraviglie del golfo jonico e più difficile per Zaia e altri pisquani, dire: «Non siete bravi come noi, pur avendo il paradiso»… irraggiungibile senza i treni, le autostrade, gli aeroporti che si è accuratamente evitato di fare al Sud, per impedire facessimo concorrenza a chi finge di non sapere come stanno le cose.

Persino per avere una Salerno-Reggio Calabria, Giacomo Mancini, allora ministro, dovette porsi contro l’Iri, i poteri del Nord, il suo stesso governo. E la pagò con la fine della sua carriera politica nazionale. Le Ferrovie dello Stato campano di risorse pubbliche e hanno diritto di attingere dalle nostre tasche, solo per garantire uguale diritto alla mobilità a tutti i cittadini italiani. Se delegano a Trenitalia che è “privata” con i soldi nostri, è legittimo il sospetto che qualcuno ci voglia fregare. E se guardo dove è concentrata la rete ferroviaria, invece di essere distribuita; quali treni scorrano a Nord e quali catorci dismessi a Sud, ne ho la certezza: sì, questi ci stanno prendendo in giro. E se ci dicono che “non risultano evidenti opportunità commerciali sufficienti per istituire il Frecciargento Sibaritide-Roma”, o per qualsiasi altra tratta (tanto, se è a Sud, la risposta è sempre la stessa), allora prima o poi ci stufiamo di sentircelo dire.

Ecco, quel “prima o poi” è arrivato: via i massimi dirigenti di Trenitalia e l’azienda sia pubblica, come i soldi che usa, perché non possa più discriminare fra chi quei soldi versa.