I pastori, il formaggio, l’agnello, la lana e i tappeti di Nule

A elezioni passate e capitalizzato il possibile in termini di voti, dalla Sardegna è venuta via la carovana politica che per una ventina di giorni vi si era stabilita, lasciando i pastori sardi con i loro problemi irrisolti. In TV li abbiamo visti protestare, si è parlato di incentivi e programmazione, ma le difficoltà restano lì e senza una cabina di regia con la residenza nell’isola e la capacità di affrontare le questioni in maniera organica, credo che purtroppo ci resteranno.

Come dice Roberto Rubino del Consorzio ME.NO. (MEtodo NObile) oggi, in Sardegna, la produzione di tutti i diversi formaggi che si chiamano “pecorino” si avvale di un’unica filiera con tutto il latte miscelato, cosa che impedisce la produzione di grandi formaggi per i quali sarebbe necessario distinguere le differenti qualità dei latti e magari utilizzare gli eccezionali locali sotterranei, che in Sardegna non vengono utilizzati, per la maturazione. Come del resto avviene nel resto del mondo per il Roquefort, il Cabrales o il Comtè.

Bisognerebbe partire dalla pecora che non può essere considerata una risorsa buona solo per la produzione del latte, come ci si è ridotti a pensare oggi, ma deve essere valutata nella sua complessità, ricomprendendo nella catena del ciclo produttivo la carne e la lana. Come è stato fino a qualche decennio fa.

Per la carne parliamo di 30mila tonnellate l’anno la cui commercializzazione è concentrata nel periodo natalizio e in quello pasquale. Al di fuori di questi momenti la carne di agnello, nonostante l’IGP “Agnello di Sardegna”, non è molto apprezzata. Di certo anche a causa della concorrenza sleale delle produzioni forestiere taroccate da locali, molto spesso proveniente da allevamenti intensivi che possono produrre a costi di molto inferiori, a discapito della qualità e della salute di tutti.

Per quanto riguarda la lana negli anni ottanta i pastori riuscivano a venderla ad un prezzo che sfiorava le duemila lire, oggi invece viene ritirata da pochi commercianti (di fatto un monopolio) disposti a pagarla anche solo 20 centesimi il chilo. È vero che la lana sarda non è adatta per il settore tessile, è però adatta alla bioedilizia ed è ottima per la tessitura di tappeti naturali visto che i pastori sardi non usano antiparassitari come è invece consuetudine nelle altre parti.

Una governance sarda, fieramente sarda, slegata da interessi nazionali e internazionali, di sicuro potrebbe meglio combinare gli elementi in gioco, ampliandoli e coinvolgendo altri settori produttivi in un tutt’uno riconoscibile di qualità. Di sicuro avrebbe la capacità di creare adeguati strumenti per lo sviluppo di un turismo pastorale. Di far conoscere, ad esempio, l’arte delle artigiane di Nule che confezionano meravigliosi tappeti in lana al cento per cento sarda, realizzati su telai verticali identici a quelli raffigurati su un vaso greco del VI secolo a.C.. Le tessitrici di Nule ancora oggi alla consegna del tappeto ricevono su mendhu, un dono di buon auspicio che andava oltre il compenso pattuito, in omaggio riguardoso a un sapere antico da preservare.

La Sardegna è una preziosa miniera di questi saperi più antichi che altrove, ma senza il coraggio di voler intraprendere una strada nuova ed autonoma, limitandosi a mettere pezze al modello attuale, la prossima crisi non tarderà a colpire …pastori e saperi.