Auguri a tutte, da Lina a Elisabetta

Le parole di Salvini favorevoli alla riapertura delle “case chiuse” infastidiscono ancor di più in prossimità dell’otto marzo, anche se trattasi di uno storico cavallo di battaglia dei leghisti. Sono parole che confermano una visione della società pienamente aderente allo straordinario sviluppo della cultura consumistica, che prepara un mondo zeppo di oggetti di consumo da indirizzare alla moderna “industria dello smaltimento dei rifiuti umani” (Bauman). In verità non è che Salvini incontri (anche) su questo tema troppi oppositori, giacché gli italiani non dimostrano d’esser cambiati molto da quando, nel 1958, fu approvata la legge che aboliva le case di tolleranza e che deve il nome all’allora senatrice socialista Angelina (Lina) Merlin. La legge fu infatti molto osteggiata e per la sua promulgazione ci vollero dieci anni di battaglia fuori e dentro un parlamento quasi sempre in seduta segreta poiché, visto il tema, si riteneva più dignitoso evitare una discussione pubblica. Lina fu attaccata da molti e avversata anche nel suo stesso partito tanto da non essere neppure ricandidata alle successive elezioni politiche. Gli oppositori non avevano però fatto i conti con la tempra straordinaria di questa donna, arrestata durante il fascismo e mandata al confino, partigiana nel periodo della Resistenza e fuggiasca dalla prigionia nazista. Ispirò anche la nascita della principale organizzazione femminista italiana, l’Unione delle Donne Italiane, ed è grazie a lei se nella Costituzione troviamo che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso…”.

Salvini invece sembra non conoscere nulla delle condizioni in cui vivevano le donne “schedate a vita” e “sepolte vive” dei bordelli/lager con le finestre murate. Forse non ha letto nessuna delle centinaia di lettere (SOS) firmate a volte solo con una croce o semplicemente Elisabetta, che all’epoca, le “signorine” indirizzavano alla senatrice Merlin perché continuasse la sua battaglia. Erano dolorose lettere di donne che provenivano dalle aree rurali più periferiche, le più povere d’Italia …gli scarti, come oggi sono scarti le nuove povere.

Considerare la prostituzione un lavoro come un altro, ha portato in Germania, che ha intrapreso questa strada dal 2002, “l’inferno sulla terra” fatto di ragazzine in gran parte analfabete che arrivano da paesini sperduti di Bulgaria, Romania, Moldavia, Ucraina. Tante ragazze madri che vengono picchiate, violentate e uccise a decine. Unanimemente i tedeschi riconoscono nella legalizzazione un enorme fallimento che ha consentito la floridezza della tratta delle schiave, e a dei criminali di diventare uomini d’affari.

La Svezia ha assunto un orientamento opposto: punisce i clienti, i protettori e i trafficanti di esseri umani, non le prostitute. Gli svedesi sostengono in larghissima maggioranza questa impostazione che si basa sull’assunto che la prostituzione è sfruttamento, e che tra cliente e prostituta c’è sempre uno squilibrio di poteri. In questa materia oggi la Svezia è il faro di tanti degli altri Stati europei, persino della libera Olanda.

Per questo otto marzo il mio augurio a tutte le donne è di lasciar perdere Salvini, di raccogliere il testimone di Lina Merlin, che agli ideatori del “celodurismo padano” avrebbe risposto, come ci riportò la giovane Oriana Fallaci: «Ah! Questo Paese di viriloni che passan per gli uomini più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli!».