In 70.000 sui treni della felicità

La ribollente galassia dei movimenti meridionalisti sintetizzata felicemente nella locuzione in voga “Fuoco del Sud”, ha senza dubbio il merito di aver mostrato l’inganno dei falsi miti risorgimentali e della rivoluzione massonica anti-napoletana del 1799. Ha svelato pagine di storia “nascosta” come quella del lager sabaudo di Finestrelle; ha contrastato le molteplici azioni che tendevano a cancellare pezzi di memoria mediterranea. Più raramente è riuscita ad offrire ad un pubblico vasto, il suo punto di vista “differente” su questioni che hanno riguardato il fondante “carattere italiano” del primo dopoguerra della nostra storia repubblicana. Complice l’assenza di una informazione prodotta al Sud, per il Sud.

La Commissione Cultura del Parlamento delle Due Sicilie ha di recente scoperto una pagina di storia che, senza essere celata, è stata finora interpretata, nel suo ristretto ambito, in maniera parziale.

Si tratta della vicenda di settantamila bambini meridionali, che dal 1945 al 1952 furono “trasferiti” presso famiglie settentrionali, in un progetto retoricamente chiamato “i treni della felicità” e riproposto nel film “Pane nero”. Un moto nazionale di solidarietà finora descritto come uno dei migliori esempi della nostra storia; una pagina esaltante da riscoprire; la prova che “questo è un paese che ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime”.

Un centinaio di questi bambini proveniva da San Severo, dove nel 1950 dopo un lungo e giustificato sciopero, furono incarcerati 200 manifestanti che dovettero lasciare soli i loro figli che invece di essere restituiti ai genitori furono “deportati” al Nord. Il tutto nel solco di ideologie totalitarie, tese ad assicurare felicità al popolo a prescindere dalla volontà e dal sentire dei popoli, ritenuti incapaci di apprezzare.

È sconcertante notare che nessuno finora si sia chiesto “se quei bambini furono davvero felici con un piatto di pasta in più ma senza la loro famiglia e la loro casa”, commenta Gennaro De Crescenzo. Quei bambini non potevano essere aiutati a casa loro? E cosa poteva passare per la mente di un bambino, strappato a forza dai genitori, circondato da infermiere e da altri bambini in lacrime, che dopo molte ore si ritrovava in una casa non sua? Che fine fecero quei bambini? Domande senza risposta che, in più, interrogano il diritto e la presunzione di chi magari, ancora oggi, ritiene il meridionale incapace di apprezzare, di capire. Con lo sguardo all’esodo giovanile dalle nostre terre, si noti che il criterio da 152 anni non cambia: la deportazione e l’emigrazione per risolvere problemi locali a vantaggio del resto dell’Italia.