Un New Deal per il Sud

Per poter essere confermati nel cast del redditizio teatrino della politica nazionale, è da decenni necessario declinare in maniera ortodossa la neolingua delle privatizzazioni, devoluzioni, federalismi e il must dei tagli alla spesa pubblica. In questi giorni ad esempio, nel mare magnum degli editoriali che hanno scandagliato il fenomeno delle 5 stelle, si è tenuto accuratamente nascosto il tema, caro a Grillo, delle “nazionalizzazioni”. La “bella parola” che suggerisce la necessità che settori vitali come energia, acqua ma anche le reti telefoniche, radiotelevisive, autostradali debbano restare o ritornare ad essere pubblici. Il pensiero unico, spesso ridotto a slogan facilmente assimilabili e replicabili, ha radicato nel senso comune generale che la spesa pubblica è sempre uno spreco e che i dipendenti pubblici sono troppi e occorre tagliare. Ovvio che puntare sulla mobilità non possa significare più auto blu, evidente che investire in istruzione non debba tradursi nel comprare la laurea al Trota ma, soprattutto in periodi di crisi come questo, bisognerebbe ritornare ad imparare dalla storia. La crisi del 1929e la conseguente depressione fu affrontata, ad esempio da Roosevelt con una grande politica di spesa pubblica che liberò importanti energie, impiegando milioni di disoccupati nella costruzione di grandi infrastrutture e prendendo decisioni che furono alla base del moderno Welfare. Roosevelt ebbe successo, si disse convinto che “se c’è qualcosa da temere è la paura stessa” e volle “trasformare una ritirata in una avanzata”. Prima di buttare via l’acqua con tutto il bambino è necessario riflettere sul fatto che i dipendenti pubblici in Italia sono i meno pagati d’Europa e che ammontano a solo 57 per ogni mille abitanti, molti di meno che in Francia che ne ha 90 e ancor meno che in Finlandia e Svezia (rispettivamente 100 e 120) dove la macchina statale funziona meglio che altrove.

Un nuovo orizzonte che si riprometta di migliorare i servizi dello Stato e di dotare di infrastrutture quella parte del paese che ne è più carente, un New Deal per il Sud, dovrebbe essere una possibilità da esplorare, forse l’unica, perché se non cresce il Sud, l’Italia è destinata a sicuro fallimento.